Tweet This

Epistolarium

È tutta una questione di Round Trip, amica mia.

E non solo perché talvolta si motiva il tutto - pare - con vita tra stazioni e aeroporti. È semplicemente che volente o no, cosciente o meno, sei figlia della società che abbiamo intorno.
Ora, beninteso, può essere che sia deformazione professionale, può essere che sia per inclinazione caratteriale, oppure perché volente o no sono figlio anche dei miei studi, comunque, a me sempre alla società che ci circonda mi viene di tornare. Il che implica vedere i comportamenti personali (anche) come paradigma della società che abbiamo intorno. (…)

Torniamo al trip. No, non a quello allucinogeno, anche se ce ne sarebbe da dire a iosa, sulla distrazione, il 68 e tutto il resto eccetera eccetera eccetera.
Io parlo del trip vero e proprio. Che per la nostra generazione - figliata da una generazione (un po’) di merda - deve essere sempre round. Sempre con il biglietto di ritorno. Sai perché, perché sola andata è inaccettabile. Perché sola andata è per sempre. Invece noi oggi vogliamo essere tutto, e tutto nella stessa vita. E dunque non ci possiamo fermare. Padri e figli, asceti e libertini, saggi adolescenti. Vogliamo tutto e subito, nel senso che siccome abbiamo perso la percezione che ci possa essere altro oltre a noi, altro sopra di noi - in senso spirituale intendo, sia chiaro - altro rispetto alla nostra vita materiale, non riusciamo a concepire null’altro che trascenda noi.
Traduco: se tanto non c’è nulla oltre noi, oltre quello che siamo e possiamo fare, che senso ha fare scelte irrevocabili? Tanto vale fare il massimo possibile di cose di cose di cose senza che nessuna di queste ci impegni più di un week end. Poi si torna a casa e si ricomincia da un’altra parte.

Possiamo anche partire per esperienze spirituali, magari ce ne andiamo in un monastero, ma mai più di tre giorni. Possiamo pure giocare a casetta con i nostri compagni e compagne, ma mai per più di qualche anno. Possiamo pure sposarci, ma guai a sapere intimamente che la cosa sia irrevocabile. Possiamo anche concepire un figlio, ma tanto lo sappiamo che volendo si torna indietro con qualche definizione scientifica auto-assolutoria che in ogni caso non ci assolve manco per un cazzo visto che poi stiamo male da morire, o no?

Possiamo anche affidarci a un guru operator del nostro tempo (e ce ne sono tanti), ma in mano, e torniamo a bomba, vogliamo sempre avere il biglietto di ritorno.
Noi noi noi e solo noi. E mai scegliere per sempre, perché per sempre significa a vita, e dire a vita significa a morte. Al limite nostro. Che infatti non vogliamo neanche ipotizzare. Anche oggi, quando muore qualcuno si dice è scomparso, quasi che vivere fosse solo apparire. Boiate.

Fare un figlio è una, forse l’unica, scelta davvero per la vita. La maggior parte di noi oggi genera un figlio per incoscienza oppure sempre per egoismo (e questa è deduzione mia). Un’altra parte non concepisce affatto, invece, per terrore di quanto detto sopra: ma ti pare che io, neanche sono arrivato a metà della mia vita e già devo fare una scelta a vita?

Ma la natura ci incula per fortuna: lo sentiamo che dobbiamo. Che dobbiamo proprio. Che lo dobbiamo proprio a noi stessi perché questo è ciò che siamo intimamente.

È questo il punto. Abbiamo perso tanti concetti per strada, quelli che una volta regolavano la società, come dignità, continuità (oltre noi…), impegno, spiritualità (oltre il materialismo), e per cosa? Per il tutto e subito. Cosa abbiamo in cambio? Esattamente la perdita di senso che, in vari modi, ogni tanto, in qualche bagliore di sincerità, ci troviamo a domandarci e confessarci sentendo una voragine nello stomaco.

Abbiamo perso la capacità di sacrificio, ma quello vero. Ovvero di fare il sacro. Di fare qualcosa che vada oltre noi. Che per una donna, suprema detentrice della capacità creativa per eccellenza, è quella appunto di creare un figlio. Che costa sacrificio, e per sempre. Che ci permette, appunto, di trascendere oltre noi e di fare il sacro. Tutto il resto, in confronto, non ti appare come il nulla, amica mia?

Quanto di questa concezione moderna di materialismo, egoismo, mancanza di senso, incapacità di fare un viaggio per sempre, deriva da noi stessi e quanto invece ci è indotta dalla società che abbiamo intorno? Quanto dobbiamo impegnarci, nella società, per la società, per noi stessi!, al fine di non perdere ciò che davvero conta per uniformarci a quello che conta per pochi altri? Quei pochi altri che ci usano e plasmano (anche se non ce ne rendiamo conto, bravi che sono…) al fine di essere viaggiatori seriali sempre con andata e ritorno e tappe forzate nei duty free di una vita imprigionata da un (loro) aeroporto all’altro per sempre senza mettere radici, senza dare senso, senza creare per noi una cosa che vada oltre noi?

Quanto valgono, allora, le battaglie culturali, amica mia?

Ecco.

Iscriviti alla mia mailing list personale. (No spam, No Ads. Promesso)

* campi richiesti

Re: Re: Re: Re: Re: Sulle Collaborazioni (5)

Caro Valerio,
la discussione si fa interessante. Rimango convinto del parere che la libertà del pensiero è incontaminabile dalla libertà dell'azione. Un carcerato, dal mio punto di vista, può essere libero sebbene non abbia la potenzialità di agire. Purtroppo nel mondo attuale non può esservi corrispondenza integra tra il pensiero e l'azione, per il fatto che ogni azione che non sia collocabile all'interno del sistema subisce sistematicamente quella che Nietzsche ha definito la trasvalutazione dei valori. Ogni ideologia e visione del mondo contraria all'occidentalismo è destinata ad annichilirsi, per quell'intreccio diabolico tra tecnica, lavoro e democrazia liberale a cui ho accennato nel mio articolo su Heidegger (idea meglio sviluppata nella mia tesi di laurea su Ernst Juenger). La democrazia liberale ti dà tutto, ma al contempo ti toglie di tutto; è una sorta di ricatto sui popoli e sugli individui, i quali popoli ed individui nella quasi totalità dei casi sono disposti a rinunciare al tutto-spirituale pur di avere in cambio il tutto-materiale. L'Occidente offre il massimo grado di libertà e in cambio esercita il massimo grado di tirannide - come del resto avevano già intuito a loro tempo gli antichi. Il punto è: chi è disposto a rinunciare alla libertà assoluta garantita dalla democrazia liberale? Chi è disposto a rinunciare ai diritti umani, tutelati solo ed esclusivamente all'interno della democrazia liberale, sebbene i loro ideologi siano spesso dei critici del liberalismo? Chi è disposto a non usufruire della tecnica, fedele alleata dell'Occidente, della comodità, dell'emancipazione? Nessuno. O meglio, in pochissimi, di certo non nel numero sufficientemente minimo per distruggere il sistema. E bada, il mio non è pessimismo cosmico, bensì realismo.

Ecco che la Libertà può essere esercitata in massimo grado solo in interiore homine; ciò che scaturisce dal pensiero è destinato alla corruzione. Il petto dell'uomo consapevole è l'unico ambito entro cui il sistema non può - per il momento - intervenire. Lì risiede la libertà, più che nell'azione del rivoluzionario e del ribelle che esplicitamente si scaglia contro il Leviatano. Il ribelle alimenta l'azione opprimente del Leviatano, gli dà la forza di agire e mantenere l'ordine. L'unica salvezza del ribelle è quella di farsi mito, di vevere nell'eterno in quanto mito per i futuri ribelli. Ma si innesca così un circolo vizioso da cui non si riesce ad uscire: il ribelle alimenta l'ordine e l'ordine alimenta il ribelle nel renderlo martire per altri ribelli. E così via, nell'eterno ritorno dell'identico.

Detto questo voglio rassicurarti. Non intendo chiudermi in una torre eburnea. Sebbene sia giunto a queste conclusioni apocalittiche a soli 24 anni, e in riferimento alle quali non vi sarebbe altro da fare che chiudersi in sè stessi, credo che uno spiraglio pratico sia ancora possibile. Quale? Non certo l'intento di capovolgere il sistema, ma quello di vivere ed agire secondo la filosofia del realismo. Ovvero valutare situazione per situazione ciò che è possibile fare senza avere la pretesa di raggiungere la "salvezza" hic et nunc. A livello politico questo comporta comunque la possibilità "rifondare la destra" - per tornare al nocciolo della questione - ma senza spingere lo sguardo troppo avanti, senza ignorare le dinamiche strutturali della società, senza insomma cedere all'utopia o alla nostalgia. È vero, in questi termini i progetti a lungo termine non trovano terreno fertile, ma è anche vero che la dinamicità del mondo moderno non permette visuali a lungo raggio. I sistemi di riferimento sono in continua mutazione; quello che può andare bene oggi al fine di rifondare la destra, come la sinistra, tra qualche anno potrebbe non avere più valenza. E, sebbene queste due categorie siano oramai passate, sono ancora dei punti di riferimento necessari; non volgliamo chiamarli destra e sinistra? chiamiamoli gli amici e i nemici nel contenzioso politico, ma la sostanza è la medesima:due o più alleanze che si contendono il governo e che mirano a darsi un'identità.

Ora, tra le due proposte, quella di mettermi in contatto con Torriero e quella di collaborare con te a nuovi progetti che denuncino il sistema, la prima mi pare quella più realista. La seconda è certamente affascinante, e che sui principi mi trova d'accordo ma sui metodi mi lascia perplesso o se vuoi non mi convince del tutto. Questo perché, sebbene sia un critico dell'occidentalismo, alla situazione attuale non so se sia più fruttuoso agire o non agire. In ogni caso non sono preconcetto a nulla, anzi, se vuoi possiamo discutere dei tuoi progetti anche di persona...io abito sul lago di Garda, tu? A fine giugno dovrei recarmi per qualche giorno a Roma, magari se tu fossi nei paraggi potremmo incontrarci!

Aspetto pertanto tue notizie circa la prima proposta, colla mia assicurazione che la seconda verrà presa in considerazione e valutata non appena sarà resa più esplicita.

Ci sentiamo.
A. Amato

Iscriviti alla mia mailing list personale. (No spam, No Ads. Promesso)

* campi richiesti

Re: Re: Re: Re: Sulle Collaborazioni (4)

Alessandro,
mi scrivi che Tarchi non è libero da quel sistema, ma ne dipende proprio in quanto brama rovesciarlo, altrimenti non sarebbe lui. Sono d’accordo solo in parte: se Tarchi non accetta di scrivere per nessuna testata sulla quale non potrebbe liberamente dire la sua, se Tarchi non accetta nessuna offerta politica che vada contro ciò in cui crede, ebbene Tarchi è libero. Il suo pensiero si trasforma in azione – coerentemente – pur pagandone le conseguenze di ostracismo.
E Tarchi sarebbe sempre lui se del sistema facesse parte. Perché il sistema (anche solo quello mediatico) del quale Tarchi entrerebbe a fare parte sarebbe diverso.

È vero ciò che dici in merito alla libertà assoluta che si ha solo ascoltando il proprio io interiore. Ma quella libertà la si perde immancabilmente quando il tuo io (i tuoi studi, i tuoi ragionamenti, i punti cui arrivi), nell’atto pratico, rinnega le risposte che ti sei dato, ciò cui sei pervenuto e di cui sei convinto.
All’atto pratico: se un direttore ti chiedesse una analisi, per esempio, della querelle sul sistema maggioritario italiano, sul bipolarismo attuale (che impone ai partiti di snaturare la loro essenza) e tu, studioso, riflessivo, pervieni alla convinzione che un partito dato A non può entrare a far parte di uno schieramento costituito B, allora tu hai le tre strade che ti ho citato (non esaustive in senso generale, hai ragione, ma certamente in senso specifico all’aspetto editoriale): se scrivi ciò che pensi non vieni pubblicato, se scrivi in maniera generale (almeno in parte) ti salvi in calcio d’angolo (e ancora non è detto che ti si lasci scriverlo), se scrivi una cosa diversa rispetto a quella in cui credi, allora hai perso la libertà nata con il tuo pensiero.

Tu non ti senti di tacciare di bieco cinismo un ipotetico primo né di coerenza un secondo, eppure nel tuo cosmo di valori (di studi, si vede che hai buone culture), di riflessioni, a una reductio ad unum devi pervenire, per forza.

Tarchi non scrive ciò che non pensa né, tanto meno, scrive meno di quello che pensa. Infatti non lo fanno scrivere (né parlare, né presenziare). Infatti scrive sulle “sue” riviste, vivendo del poco del loro indotto ma fermamente convinto della sua strada. Lui è convinto di stare “fuori” e coerentemente lì rimane.

Se il tuo interesse è squisitamente filosofico e non ideologico, la cosa è buona, ma ciò non toglie che se dal tuo interesse filosofico scaturiscono alcune convinzioni in conflitto con le ideologie dominanti, se il tuo io (la tua libertà) ti interrogano e ti suggeriscono di sottolineare l’incongruenza tra il mondo come è e come dovrebbe essere, se, addirittura, l’idea che ti sei fatto è in totale opposizione con l’idea dominante, sono sempre tre le strade che hai: professare la tua idea, rinnegarla, oppure tenerla silenziosa parlando d’altro.

Sono pienamente d’accordo con te quando parli di “razzismo del sapere”, ma ciò cui si deve tendere, a mio avviso, non è una protezione dalla divulgazione del sapere, quanto una sacrosanta difesa e opposizione da chi il (poco) sapere che ha lo strumentalizza per biechi fini politici e ideologici.

Mi era sembrato di capire, dalla tua prima email in cui mi dicevi che sei “molto attento alle dinamiche culturali in seno alla destra Italiana, in vista di una nuova, ma squisitamente antica, tavola di valori su cui fondare un rinnovato soggetto politico”, che i tuoi studi, oltre che dovuti al puro amore per il sapere, fossero invece anche volti a un contributo per le idee. A quel punto però, le idee, coerentemente, si dovrebbe cercare di tramutarle in azioni. Tarchi fa questo: cerca di incidere sulle menti per farle ragionare e quindi provare a cambiare il modo di vedere le cose al fine di rovesciare il sistema (sbagliato) nel quale ci troviamo. Torriero fa la stessa cosa: dall’interno, con idee differenti ma non per questo meno forti.

Il punto è: la tua è una speculazione accademica, un puro amore per lo studio (ammirevole e affascinante), oppure hai anche la volontà di cercare di tramutare tutto ciò in qualche cosa di pratico?

Un’ultima domanda e poi un paio di proposte.
Quale è la destra realista secondo te? (cioè: pensi che la destra realista, legata all’oggi, sia “cosa buona e giusta” oppure che forse è il caso di rifondarla?).

Alessandro, tradotto in termini ancora più pratici: cosa e quanto salvi della destra (delle destre) attuali e quanto e cosa butti? Quanto e cosa, delle destre attuali, si avvicina anche solo lontanamente alla concezione del mondo ed è coerente con le convinzioni che ti sei fatto e stai facendo attraverso gli studi e le tue elaborazioni intellettuali?
Questo è uno dei punti fondamentali su cui Torriero ci fa riflettere costantemente.

Se tu vuoi contribuire alla costruzione e alla comprensione dei fenomeni in corso (cosa utile, lodevole) a un certo punto però, si pone un “poi”: ti vuoi “sporcare le mani” – indicando problemi, soluzioni, proposte, idee – oppure vuoi andare a finire in una delle torri d’avorio in cui si sono trincerati molti pavidi (e pelosi) intellettuali moderni?

Le proposte: posso parlare a Fabio Torriero di te, ma tu devi essere cosciente di alcune cose. Torriero lascia molta libertà ai propri collaboratori, e questo dipende dalla sua statura intellettuale, che è altissima. Lui ha una visione d’insieme ben identificata ma comunque inserita nel sistema. Dunque ha una posizione, e quella posizione è interna, non esterna. Il suo progetto, che i suoi collaboratori hanno sposato - me compreso - è quello di rifondare e ridefinire le categorie politiche e culturali della Destra. La cosa è enorme: cerca di apportare e modificare dall’interno, con uno sforzo notevole perché si “sporca le mani”. È uno di quei pochi intellettuali, insomma, che non si sono ritirati nelle “torri d’avorio” ma che, al contrario, apportano costantemente delle idee e degli spunti notevoli difficilmente riscontrabili altrove. E lì, forse, puoi entrare a fare parte del suo parco collaboratori.

E poi, contestualmente, si può tentare anche qualcosa di nuovo, con me: collaborare a un sito (di cui se vuoi ti parlerò) che ti concede libertà assoluta a una sola condizione: che i tuoi pezzi siano argomentati, che tu intenda “sporcarti le mani” e che tu sia disposto a ricevere repliche; quindi alla partecipazione a una WebRadio e, più in generale, a una serie di progetti (ne parleremo se vuoi) che prima o poi si realizzeranno. Tenendo a mente, in quest’ultimo caso, che si tratta di collaborare a una sorta di progetto che mira, assolutamente, a denunciare e rovesciare il sistema in cui siamo. Questa volta, dall’esterno. Con tutti gli “annessi e i connessi” pratici, economici, editoriali che siano.
Possiamo chiamarla fronda di un progetto comune di cui Fabio Torriero è l’ispiratore?
Insomma due armi: una convenzionale, dall’interno, e l’altra non convenzionale, dall’esterno: il punto di arrivo, però, è comune.

Fammi sapere, ciao
Valerio Lo Monaco

Iscriviti alla mia mailing list personale. (No spam, No Ads. Promesso)

* campi richiesti

Re: Re: Re: Sulle Collaborazioni (3)

Caro Valerio,

condivido in parte la tua analisi circa la "fenomenologia" della libertà mediatica. Dico in parte, perchè, memore dell'insegnamento juengeriano (l'Anarca), credo che nel totale nichilismo entro cui l'uomo moderno è immerso, l'unica libertà concessagli sia quella interiore. Non è libero chi si pone al servizio del sistema ma non è nemmeno libero Tarchi, che da quel sistema dipende, prorpio in quanto brama rovesciarlo e senza il quale non sarebbe Tarchi. Il ribelle non è poi tanto libero quanto si creda che sia. La libertà assoluta si ha solo ponendosi in ascolto del prorpio Io interiore; le azioni che compiamo sono riflessi, imperfezioni, corruzioni di quella libertà, sia i gesti di coerenza sia quelli di cinismo, sia quelli virtuosi che quelli meschini. Il pensiero puro, non decaduto a parola o scrittura o azione, è effettivamente libero. Con questo cosa intendo? Intendo dire che la tripartizione da te proposta non credo - ma è solo un'opinione - sia totalmente esaustiva. In un certo senso sulla scala della libertà si possono mettere sul medesimo gradino un ipotetico manager di una grande multinazionale che ogni sera si dedica alla filosofia e che quindi ha la consapevolezza interiore di ciò che accade e il rispettabilissimo Tarchi. Sono due approcci diversi alla libertà, ma non mi sentirei di tacciare di bieco cinismo il primo a confronto colla coerenza del secondo.

Fatte queste precisazioni, entro un po' più nel personale. E' vero, mi interesso molto di autori "maledetti", ma il mio interesse è squisitamente filosofico e non ideologico. Mi spiego. Juenger, Heidegger e Schmitt sono pubblicati dalle più importanti case editrici, studiati dai più famosi filosofi italiani; la censura, quindi, non è così assoluta. Ciò che viene censurato è la strumentalizzazione politico-ideologica di questi autori, ovvero la lettura storicista che se ne da, il tentativo di piegare le loro intuizioni storiche - quindi passate - a propaganda politica attuale. E, a dire la verità, in un certo senso condivido questa censura, ma non per una sorta di ermeneutica dell'innocenza, quanto per rispetto di quegli stessi autori. E' orrobile sentire parlare di Juenger e Schmitt un saputello di Forza Nuova (mi è capitato), a cui interessa solamente portare linfa al proprio progetto politico e nulla del pensiero dell'autore in questione. I grandi filosofi non vanno banalizzati rendendoli oggetto di fruizione democratica, per questo, e solo per questo, condivido un minimo di censura o, se vogliamo, di tutela del "razzismo del sapere". Gli studi che sto portando avanti, pertanto, non sono finalizzati ad alcun progetto ideologico, ma al puro amore per il sapere.

Ecco che entra in gioco quello che dicevi tu. Io non pretendo che riviste come la Destra o quotidiani come il Secolo pubblichino miei articoli in cui mi riferisco alla teoria dei Grandi Spazi di Schmitt per il progetto di una nuova Europa, o alla filosofia della tecnica di Heideggere per appoggiare i "no" al referendeum sulla procreaziopne assistita. Sono consapevole dei limiti dei mass-media, delle loro esigenze e delle loro politiche, della loro censura, come affermi tu stesso. Non me ne duolgo più di tanto e per quanto rigurda i miei studi spero di avere la possibilità di utilizzare altri canai per continuarli in modo approfondito. In sostanza credo che si possa scrivere di questioni politiche su quotidiani e riviste e allo stesso tempo studiare Heidegger senza subire censura; evidentemente dipende dall'uso che si fa di Heidegger.

Mi chiedi di che Destra ho intenzione di scrivere. Di quella più realista possibile, di quella più legata all'oggi, senza nostalgismi di sorta o utopie, senza riferimenti culturali passati (ovvero senza chiamare in causa gli autori di cui sopra, operazione impensabile), ma colla volontà di contribuire, se vuoi in modo oggettivo, da scienziato della politica, alla costruzione e alla comprensione dei nuovi fenomeni in corso. In questi termini credo non sia impossibile scrivere sulle vostre riviste e mantenere integri i proproi interessi filosofici e la prorpia libertà.


Concludo chiedendoti delucidazioni sulla conclusione della tua e-mail. In che senso potremmo fare qualcosa assieme?

Aspetto tue notizie per eventuali contatti
A presto!
A. Amato

Iscriviti alla mia mailing list personale. (No spam, No Ads. Promesso)

* campi richiesti

Re: Re: Sulle collaborazioni (2)

Alessandro buongiorno e scusami per il ritardo,
veniamo subito al punto (che ci prenderà del resto non poco tempo). Dunque: tu vuoi collaborare con le "nostre" riviste.
La cosa non è difficile, anzi, chiariamo subito: se lo credi, posso parlare al più presto con il direttore Fabio Torriero e magari metterti in contatto con lui (ti parlo di Torriero perché le riviste per le quali collaboro io - nel tema di questo caso - sono La Destra in edizione Trimestrale e Mensile).
Ripeto, collaborare non è difficile. Avere una opportunità, soprattutto in alcuni ambienti "di Destra", non è poi così difficile.
Il punto è un altro, semmai: quale è la destra cui vorresti collaborare?
Mi hai citato, nella tua email, alcuni autori: molti riconducibili a un pensiero unificabile e, diciamo, piuttosto chiaro, altri invece in assoluta contrapposizione tra loro (sebbene appartenenti e/o provenienti allo stesso humus).
La domanda è pertinente se ci pensi bene, per un motivo piuttosto semplice: le riviste che tu definisci "di destra" (tranne alcune che vedremo, se vuoi) si riconducono politicamente, filosoficamente, economicamente, ad alcuni ambienti o "filoni" riconducibili essi stessi alla destra. E qui è l'inghippo (doppio, triplo, quadruplo): se tu vuoi collaborare per portare avanti il lodevole obiettivo che mi hai scritto, ebbene, allo stato attuale, nessuna di queste riviste può permettertelo.

L'unica (infatti) che può portare avanti un progetto nuovo, senza essere vincolata in nessun modo a nessuno e a nessuna corrente, è proprio quella di Tarchi (che infatti non si definisce di destra da venti anni). In due parole, devi scegliere, almeno per ora: se vuoi la libertà di esprimerti seguendo un percorso deontologico relativo al progetto, ebbene non devi "dipendere" da nessuno, né in via editoriale, né economica, né ideologica.

Se invece pensi di poter scrivere in assoluta libertà e di essere pubblicato su delle testate che "libere" del tutto non lo sono affatto, mi spiace deluderti ma faccio questo  lavoro da dieci anni, ebbene non ci sono strade.

Con il tempo (facendo i conti con le mie idee, la mia morale e l'etica) mi sono convinto di alcune cose, ma in modo assoluto: i grandi media (e anche quelli non grandi) non potranno mai - ripeto: mai - pubblicare, diffondere, dare spazio a qualsiasi idea che non sia strutturale e necessaria al sistema in cui si trovano a vivere. In altre parole, devi scegliere e, a mio avviso, hai (abbiamo tutti) tre strade: 1) uniformarti al sistema (e allora, rinunciare di fatto alle tue idee, quando non peggio...) e nel caso potresti trovare qualche collaborazione e con molta fortuna e capacità anche un vero e proprio impiego; 2) salvarti in calcio d'angolo, ossia occuparti e scrivere di cose che non diano "fastidio" ad alcuno (non so: arte, società, costume...); 3) fare il ribelle, andare contro questo sistema, poter essere un uomo libero (occhio che sul "libero" torneremo a breve) e accettare di lavorare, impegnarti, scrivere e spenderti in ambienti che, allo stato attuale delle cose, sono molto piccoli, con scarse o nulle possibilità economiche ed effetti - sebbene di grandissima soddisfazione personale.

Mi spiace essere crudo ma preferisco essere diretto piuttosto che darti false illusioni.

Sul concetto di "libero", come dicevo, vorrei chiarirti cosa intendo, e lo faccio spiegandoti proprio la mia esperienza personale: per poter scrivere ciò che voglio, seguire le strade che ritengo opportune (parlo della materia specifica) e non dover subire condizionamenti (editoriali, filosofici, politici o, peggio, economici che siano) mi guadagno da vivere con un altro lavoro che mi dà denaro per... poter essere libero da non dover andarne a cercare altro in altri posti - soprattutto in ambiente editoriale, ecco il punto - dunque senza dover subire censure, "suggerimenti", tagli, imposizioni o posizioni obbligate se, dalle mie collaborazioni, volessi trarne anche vantaggio economico.

Chiaro il punto?

Ti dico questo perché, se ho capito bene da cosa leggi e da cosa scrivi, nessuna delle testate in giro (se ne vedi qualcuna citamela pure, così ne parliamo) può ospitare un pensiero "diverso" come quello che stai evolvendo tu. Che a me affascina molto.

Insomma fammi sapere, se vuoi essere libero (e se puoi permettertelo) ci sono diverse cose che si possono fare. Anche insieme.

ciao,
Valerio Lo Monaco

Iscriviti alla mia mailing list personale. (No spam, No Ads. Promesso)

* campi richiesti

Re: sulle collaborazioni

Salve,
sono Alessandro Amato, l'autore dell'articolo "Gestell, democrazia e nichilismo" che è stato da lei segnalato sul sito censurati.it. Anzitutto una curiosità: chi le ha passato il mio intervento (presumo M. Tarchi)? Il suo interessamento mi ha molto lusingato, tanto da spingermi a contattarla.
Mi presento. Ho 24 anni e a marzo di quest'anno ho conseguito, presso l'università degli studi di Padova, la laurea in scienze politiche (vecchio ordinamento, indisrizzo storico-politico) con una tesi in filosofia politica dal titolo: "TRA RIVOLUZIONE E ORDINE: IL DESTINO DELLA TECNICA NEL PENSIERO DI ERNST JUENGER", p. 169, valutazione finale 110/110 e lode. Sono iscritto da un anno e mzzo all'ordine dei giornalisti pubblicisti del veneto e collaboro (anche se in modo non continuativo) col periodico "Mondolibero", diretto da Italo Tassinari. Al momento sto recensendo un testo di Lorenzo Papini - "Ecumene e decisione. Teologia politica e critica della modernità in Carl Schmitt" - per la rivista telematica di filosofia politica.
Come può intuire, il mio interesse verte sulla filosofia politica in generale, con particolare attenzione al pensiero anti-illuminista "di destra" (su tutti Juenger, Heidegger, Schmitt, Spengler, ma anche Evola, Pareto, Gentile - sul quale avrei in progetto un eventuale tesi di dottorato - fino ai pensatori a noi più contemporanei - Veneziani, Accame, de Benoist, Cardini, Tarchi etc...). Sono molto attento alle dinamiche culturali in senso alla destra Italiana, in vista di una nuova, ma squisitamente antica, tavola di valori su cui fondare un rinnovato soggetto politico.

Detto questo, le scrivo per un semplice motivo: il desiderio di collaborare colle vostre riviste. Chiedo di essere messo alla prova, se fosse possibile anche di incontrala personalmente per un colloquio. Insomma, aspiro ad entrare nell'ambiente culturale attiguo alla destra, di toccarlo con mano e di contribuire, nel mio piccolo, a ricostruirlo. Una sola occasione... poi sarà l'incompetenza a farmi tacere.

Spero in una sua risposta e scusi il disturbo.
Alessandro Amato

p.s. Se le interessa posso inviarle una copia della mia tesi di laurea.

Iscriviti alla mia mailing list personale. (No spam, No Ads. Promesso)

* campi richiesti

Re: quale partito è il mio?

Steppenwolf,
io sono antidemocratico meritocratico, cattolico rivoluzionario, nazionalista antirazzista, pacifista neutrale "da confini chiusi", a favore del capitalismo che non consente la concentrazione dei capitali, anti-sistema bancario ma a favore del sistema del risparmio, globalizzante ma non globalizzato. Ora dimmi...che partito è il mio?
Giuseppe Carlotti

Dunque,
direi che è abbastanza semplice: il tuo partito non esiste. Non solo in Italia, ma neanche in Europa. E tanto meno nell’Oriente Comunista-capitalista o nell’Occidente estremo Liberal-Capitalista.
Però sei fortunato, perché se non esiste il partito per te, esiste invece, eccome, il pensiero metapolitico che ti si addice in pieno, e dal quale potresti elaborare alcune tue convinzioni “perdonabilmente” superficiali.
Metapolitico proprio perché è un pensiero che non ha riscontri nella politica attuale ma, non per questo, è escluso che possa averne in un futuro non tanto lontano.

Adesso ti ci faccio arrivare. Seguimi.

Tu certamente non sei di Sinistra (né politicamente e tanto meno metapoliticamente se inteso con la massima espressione di Sinistra che si è avuta fino a ora nella storia).
0 a 1
Tu certamente non sei globalizzato e multinazionalista, ma conosci le tue radici e ti rode anche, e troppo, che siano date in pasto, stravolte, vilipese e snaturate dalla lobby capitalistica e da quella religiosa islamista.
0 a 2
Tu certamente non sei nel “Centro omosessuale” di quella che in Italia si chiama Democrazia Cristiana. Diciamo che hai ben capito che nel mondo c’è bisogno di valori, di senso del sacro, del trascendente e dell’ulteriore oltre agli aspetti materiali. Diciamo che senti il bisogno di una “religione” aconfessionale, discendente dalla cultura cristiana nella quale sei nato ma decisamente distaccata dalla Chiesa. Vogliamo chiamarla Etica?
0 a 3
Tu sei antirazzista nel senso che non fai discriminazioni ma ci tieni, e molto, ad affermare le differenze (al di là di chi è meglio e di chi è peggio). Oltre che sapere chi sei – in quanto diverso dall’altro – ti serve anche per comprendere e capire l’altro per potertici, eventualmente, rapportare.
0 a 4
Tu sei un pacifista e non un “pacifinto” sinistrorso (demagogico, utopico inconcludente) e tanto meno un “pacificatore” destrorso (utilitarista, ipocrita, imperialista).
0 a 5
Tu sei antidemocratico non nel senso di anarchico, ma nel senso Platonico e, soprattutto, hai ben chiaro che la democrazia che ci viene imposta attualmente (dispotica, mediatica, lobotomizzante e chiusa) non è una vera democrazia ma una dittatura subdola.
0 a 6
Tu sei a favore della produttività e della globalità nel senso della produzione e della distribuzione di ricchezza e dello scambio delle conoscenze (della medicina, della cultura, della scienza, della tecnica… delle possibilità) ma non ritieni che capitalismo e globalismo siano gli altari a cui immolare una esistenza intera e, tanto meno, delle forme da mettere in atto distruggendo contemporaneamente altre culture, popoli, civiltà, valori.
0 a 7

Gioco. Partita. Incontro.

Signori, abbiamo davanti uno degli esempi incoscienti (nel senso che ancora non ne è conscio) di eroe post-moderno. Una di quelle menti che ha capito che la modernità è finita (o sta per farlo implodendo su sé stessa) e che la via per proseguire il cammino è la post-modernità, ossia di chi attraversa la modernità senza rinnegarla ma la corregge in senso più umano, etico, morale.
I tuoi padri, ti piaccia o meno, sono Nietzsche, Schmitt, Heidegger, e la tua Casa spirituale, metapolitica e idealistica, è la Novelle Droite di Alain de Benoist in Francia diffusa da Marco Tarchi in Italia (Diorama).

A queste elezioni, secondo me, avresti avuto due scelte: annullare la scheda oppure votare Alessandra Mussolini (unica anti-sistema di Destra) per far capire al Centro-Destra che è una merda senza far salire le percentuali di voto a Sinistra. Con il contributo del tuo voto avrebbe vinto il Centro-Sinistra, per manifesta inferiorità del Centro-Destra, e forse avresti sollecitato una riflessione interna alla Cdl per correggerne la politica in prossimità delle elezioni del 2006.
A quel punto, siccome comunque il Centro-Destra non avrebbe fatto alcuna riflessione per manifesta incapacità culturale oltre che assenza di volontà di cambiare rotta rispetto alla deriva turbo-capitalistica dell’Occidente, avresti potuto iniziare ad alzare il culo dalla sedia per diffondere le idee della Novelle Droite, che è il tuo pensiero metapolitico (andando contro i media che non ne vogliono la diffusione, contro il menefreghismo nichilista di chi non si vuole sforzare di ragionare, contro le idee preconcette…) e, forse, avresti potuto contribuire alla nascita di quel partito politico che rispecchia le tue idee.
Tutto questo avresti potuto, potresti, se capissi che a 30 anni non è ancora il caso di tirare i remi in barca per navigare nella merda in cui ci hanno fatto nascere semplicemente continuando a vomitare merda ma che, invece, si è nella età adatta per tentare una rivoluzione senza farla abortire come quella del ‘68.

La Novelle Droite è nata proprio quell’anno.

Ti abbraccio ancora di più, mi dai enormi soddisfazioni continuamente,
tuo,
Valerio

Ps (Diaco ha scritto il libro “Nel 2006 vinco io”, sarà il caso di scriverne uno “nel 2011 vinciamo noi”?)

Iscriviti alla mia mailing list personale. (No spam, No Ads. Promesso)

* campi richiesti

Re: Sulla recensione a The Passion (di Laura)

Valerio,
tu dici che la crocifissione ha valore in quanto collegata alla resurrezione.
Oso opporre alla tua affermazione una parentesi teologica-storica iconografica.
Crocifissione e resurrezione sono legate nella vita di Gesù, ma hanno valori diversi e così la Chiesa li ha voluti tramandare.
Se così non fosse nei secoli passati si sarebbe sovrapposta
all'iconografia della croce l'iconografia della resurrezione - o come
dici tu - la tomba vuota (che c'è stata ma proporzionalmente e
numericamente inferiore).
La sofferenza di Cristo ha invece prevalso perché la Chiesa ha
voluto/creduto che Gesù rappresentasse un modello (anzi “Il modello”)
del sacrificio, che fosse un simbolo e capro espiatorio della
sofferenza umana. La sua morte è la nostra salvezza.
Gesù si sacrifica per noi uomini. Gesù in quanto figlio di Dio avrebbe
potuto evitare di morire, di soffrire, di essere torturato. Ma in
quanto uomo  -banalizzando - più buono di tutti, ha scelto di non
essere Dio, ma umano.
Il sacrificio fatto per noi (in senso dell'umanità cristiana) è
parallelo al messaggio evangelico che nella sua breve vita ha portato
avanti: ama il prossimo, porgi l'altra guancia, il mio unico Dio in cui
confido....
Ricordati che Gesù poteva fare miracoli e quindi avrebbe potuto fare un
miracolo per se stesso. Eppure ha deciso di non farlo in quel momento
cruciale per dare prova di quello che credeva: l'esistenza di Dio e
l'estrema fiducia in lui. Questo è il messaggio che deve trasparire dal
suo sacrificio.
Lui ha dimostrato con la morte atroce di amare Dio sopra ogni altra
cosa, perché credendo nella resurrezione (che equivale alla
resurrezione dopo il giudizio divino o più in generale alla eternità
dell'anima) non doveva temere la morte: il suo atto di estrema fiducia
- quindi fede- si trasforma per tutti in una prova dell'amore per Dio.
Non solo. Gesù sulla croce ha  parole di bontà e di perdono,
invoca dal cielo pietà per i suoi carnefici: "Padre, perdona loro,
perché non sanno quel che fanno " e incitato dal popolo che diceva "tu
che salvi gli altri, salva te stesso", lui non abbandona la
consapevolezza che la salvezza era nel sacrifico e quindi in Dio.
La resurrezione riguarda un altro precetto teologico, cioè la vita dopo la morte.
Gesù risorge come inconfutabile prova dell'esistenza di Dio e della sua
onnipotenza, dimostrando un assunto irragionevole, e quindi accettabile
solo come atto di fede: l'esistenza di qualcosa dopo la morte, cioè la
salvezza dell'anima. Al medesimo tempo conferma la veridicità della
Bibbia laddove afferma che il corpo e l'anima sono destinate a riunirsi
dopo il giudizio universale. Al tempo della vita di Gesù il testo sacro
era la Bibbia, non i Vangeli.
Il messia biblico si incarna in Gesù. Giocoforza  doveva risorgere
e di questo uno dei vangeli si è occupato e la Chiesa ha divulgato poi.
Tornando all'iconografia. La scelta della croce nella Chiesa serve a
veicolare un messaggio ben preciso, che è il sunto in immagine dei
precetti sopraesposti:
ricordare ai fedeli la sofferenza di Gesù, che si sacrifica per il
genere umano e nello stesso tempo serve da collegamento tra la vita
vissuta da Gesù (esempio da seguire come virtù cristiana )  e ponte benevolo verso la
morte, cioè sia incontro con Dio sia ricongiunzione dell'anima al corpo.
Sempre per quanto riguarda l'iconografia sacra, è giusto ricordare che
nulla nella storia dell'arte del passato è stato prodotto senza il
nulla osta ecclesiastico (esistono casi eclatanti di opere bocciate
dalla curia e destinate al macero, salve - è il caso di dirlo - per
miracolo. Esempio Caravaggio "La morte della vergine" e "San Matteo che
scrive il vangelo", prima versione, purtroppo distrutta se non sbaglio
durante la seconda guerra mondiale).
Qualora Gesù non sia rappresentato direttamente sulla croce, sia esso
ancora bambino o già morto, gli strumenti della passione sono al suo
fianco, come monito per il fedele: la corona di spine, la croce e altro
che al momento non ricordo.
Più in generale la Chiesa ha puntato, usando termini anti litteram, ad
una strategia di comunicazione visiva sempre coerente al messaggio da
veicolare: il sacrifico di Cristo e per Cristo, quindi per la Chiesa.
Non è a caso che tutti i martiri, poi santificati, siano rappresentati
nell'atto più tragico e cruento del loro martirio.
Certo, alcuni di questi per noi che guardiamo con occhio moderno non
fanno senso, non ci incutono pietà o malessere. Questo è un problema
estetico  collegato ad una rappresentazione, come dire, desueta,
superata o tecnicamente non perfetta. Ai tempi, tuttavia, quando furono
dipinti, corrispondevano perfettamente alla decodificazione/sensibilità
dei fedeli.

che fatica,
Laura

Iscriviti alla mia mailing list personale. (No spam, No Ads. Promesso)

* campi richiesti