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Cazzi Miei

Ci si vede sul Ribelle

Almeno per ora, non ce la faccio davvero a fare altro, tra i libri da scrivere, lo studio, e soprattutto La Voce del Ribelle, che in pratica mi impegna a tempo pieno.

Insomma, riesco a scrivere solo lì. Per ora

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E non di febbre

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Totti, quello che non si può dire - di Tonino Cagnucci

Solo chi non è di Roma non lo può capire. 

TONINO CAGNUCCI
C’è un limite alla calunnia, all’infamia, alla meschinità, anche per chi non ha coscienza, appartenenza, ideali, sogni o valori. Anche se si volesse fare una guerra. Forse, come si dice c’è un limite a tutto. Sicuramente è stato oltrepassato quello che si traccia quando si (s)parla di Totti. Va bene, cioè no, ma va bene dargli del romano con quell’accezione negativa che mettono gli stronzi e gli ignoranti che la danno.

Va bene, cioè no, per niente, ma va bene dargli dell’ignorante, che poi sarebbe sempre per quegli idioti un corollario del primo postulato: romano, ignorante, cafone, analfabeta, Roma Ladrona la Lega Nord e pure quella Calcio non perdona (e vai con le cinque giornate di squalifica che arrivano ogni tanto da Milano). Va bene, e non va bene per niente, metterlo in croce quando fa i pollici, quando si ciuccia i pollici, quando indica la luna, quando fa la mano a Tudor, la manita alla Lazio, i gol col laser di Goldrake, il battimuro a Radu, le magliette ai laziali che so’ provinciali (vabbè te credo) però no perché pure il telecronista di Al Jazeera le fabbrica (“the king of Rome is not dead”: do you remember?). Va bene pure che quando lui dà un calcio interviene il Presidente della Repubblica, ma se un giocatore della squadra del presidente del consiglio prende a capocciate un signore (si chiama Joe Jordan, lavora nel Tottenham Hotspurs) davanti a tutta Europa nessuno dice niente, così come troppo pochi stanno dicendo niente adesso.
Avrebbero dovuto aprirci. I telegiornali ieri sera e stamattina, e quei giornali da Repubblica delle banane com’è quest’Italia alla frutta, senza dolce e tanto amaro da buttare giù come olio di ricino. Aprire con “Scusate” oppure “Abbiamo dato una lezione di come non si fa giornalismo” anzi “Esattamente è così che si frega la democrazia”. Perché come diceva il Marchese al buon Aronne Piperno “se tu me freghi qui, me freghi dappertutto”. Se tu me freghi con le Tessere del Tifoso, coi titoli su De Rossi e Totti me freghi sulla Finanziaria, sulla politica, sulla guerra.
Ma tutto questo conta meno di niente. Perché c’è un limite a tutto e cioè c’è un limite anche al commento, alla critica, all’editoriale, allo sdegno. Certo sono i grandi della nostra storia umana che ci hanno insegnato a verbalizzare ciò che non ha verbo, a dire persino il silenzio (fate risuonare il “nothing sir” di Cordelia nel Lear di Shakespeare) dialettizare persino l’urlo (guardate il quadro di Munch). C’è Tahar Ben Jellou che ha scritto un piccolo grande capolavoro: “Il razzismo spiegato a mia figlia”, perché davanti a cose insostenibili, clamorosamente ottuse, false, offensive, mistificatorie, brutte, fuori quadro, contro qualsiasi sensibilità appensa sensibile, è difficilissimo dire “A” dire il contrario, dire la verità. Forse qualcuno di veramente umano un giorno avrà l’arte di spiegare ai lestofanti di oggi e di ieri, alle puttane di regime e dell’informazione, che Totti non si può vendere se stesso. E’ l’opera più difficile spiegare la verità quando il sole è la verità. Ci sono le religioni apposta.. Hanno detto che spunta il nome di Totti nella vicenda scommesse, l’hanno detto in tv, l’hanno fotografato sui siti, l’hanno messo in prima pagina che Totti si vendeva le partite della Roma. Diteglielo voi come non può essere vero! Dite al mare che è pieno d’acqua, cercate di capire il cielo al volo. Aiutatemi.
Totti non si può vendere Totti. Se uno studiasse filosofia arriverebbe a una zona limite di quasi tutto che è il paradosso (un cortocircuito logico camuffato da mistero) la contraddizione che è la sorgente più inesauribile di pensiero, di vita, di scienza, di arte. Ma se uno studiasse appena il buon senso che il paradosso, la boutade, il gioco di parole, la contraddizione sono una cosa, le stronzate un’altra. Uno scarabocchio non è un Kandisky. Chi dice “non sono d’accordo con le mie idee” dice una cretinata non dà nessuno spunto, non disvela nessuna verità. Totti non si può vendere Totti. Totti non si può vendere le partite della Roma. Totti non si può vendere. Non si può proprio dire. Non si può. No. Totti è la Roma. E la Roma da quando è ragazzino che diventava rosso perché non credeva che un giorno lui potesse far parte di quel sogno palleggiato sul balcone di casa sua sopra al garage di un amico che lo portava per la prima volta allo stadio.
Ci dormiva col pallone. Totti alla Roma ha dato una carriera e il suo nome. Gli ha dato un ginocchio quando non aveva ancora 14 anni, e pochi lo sanno, e pochi le immaginano le paure di quel ragazzino fenomeno che si ritrova all’improvviso sul lettino. Totti gli ha dato un altro ginocchio, caviglia e tibia, lividi e gonfiori sulle gambe, nell’anima e nel cuore. Totti gli ha dato persino i soldi: tra quello che ha guadagnato qui alla Roma e quello che alla Roma ha fatto guadagnare in 18 anni di diritti d’immagine, di marketing, merchandising e di tutte quelle parolacce capitalistiche, ci rimette. Totti è la maglietta di Totti in Africa. Totti sono i ragazzini libanesi che dicono Totti ai nostri militari (perché Totti in Libano significa amico). Totti è la parola magica che in Medio Oriente apre ancora le porte, anche quelle della prigionia di Giuliana Sgrena. E’ una favola moderna. Una favola utile. Una bella realtà. Totti è una generazione di tifosi. Ci sono essere umani che hanno 18 anni e che giustamente considerano Totti un essere pre-esistente, più antico dei dinosauri proprio perché ancora non è stato estinto.
Come le cose, gli animali, le città. Gli arcobaleni. La neve. Ci sono tifosi che non hanno mai visto niente senza Totti. Totti è il chiacchiericcio sui ballatoi di San Lorenzo e resterà sempre quel brusio. Totti è la fettina panata che ti portavi allo stadio con la frittata. Una volta era così, e Totti viene da quella volta lì. Non è mai cambiato. Non s’è mai venduto. Non se n’è mai andato. Totti a 12 anni ha detto di no alla Lazio quando ancora non aveva una squadra grande, e a 13 anni al Milan: la famiglia non era ricca, era ed è una bellissima famiglia di Roma, e rifiutare centinaia di milioni di lire quando tuo figlio è ancora un ragazzino non è da tutti, anzi è esattamente questa che fa la differenza fra tutti e Totti. E non basta comprare una vocale. Non serve comprare niente. Totti non si vende. Non s’è mai venduto. E’ rimasto sempre qua. E’ l’unico della nostra storia ad averlo fatto.
Una volta, sempre quella volta lì anche se era il 2004, il Real Madrid gli fece arrivare a casa una maglietta tutta bianca come l’assegno che l’accompagnava. Totti ha detto no. Ha detto no ai soldi e alle vittorie, ha detto no a tanti soldi e a tante vittorie, scegliendo la strada (fra le due quella più impervia del bosco…) di restare in mezzo alle malelingue, agli invidiosi, a quelli che si credono alternativi e che in fila ripetono “voo dico io ’a rovina daaa Roma è proprio Totti” e tutti i soloni e i saloni longobardi, dagli snob intellettuali ai cafoni agguerritti delle valli pronti a imbracciare il forcone contro Roma. Totti a turno ha avuto contro tutti. E tutto questo va bene, anche se no. Però stavolta – ed è forse il regalo più grande che Totti ci fa – hanno esagerato, hanno varcato il limite l’unico che non si poteva varcare. Totti per la Roma ha pianto, Totti è quella camminata di notte da una notte di coppa campioni alla curva Sud, Totti è il nostro ragazzino che è diventato grande senza perdersi. Totti sta sempre qui. Basta guardarlo. Ora speriamo che gli tolga tutto con le querele, miliardi di miliardi di euro anche perché lui li girerebbe tutti in beneficenza, senza dire una parola. Non parla tanto Totti. Sorride. Fa arte coi piedi.
Fa ridere negli spot. Rassicura noi suoi contemporanei con la sua presenza. In fondo questa brutta e penosa storia (di chi si difende dicendo “beh comunque Totti è un nome” e grazie al ca’, proprio quello è il punto) ha una grande morale, una felicissima conclusione: appena ieri è uscita questa porcheria, subito tutti immediatamente hanno capito che non poteva essere vero, perché Totti non si può vendere Totti, perché Totti non si può vendere la Roma, perché di mezzo c’è qualcosa di infinitamente più grande che raramente si riesce a dire con immagini e parole. Insomma che c’è un limite all’infamia, alla calunnia e alla meschinità. Quel limite è l’amore.

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Toh, la Svizzera senza internet

Non mi accadeva da almeno un quinquennio: entrare in un hotel, peraltro affatto scarso, in Svizzera, per la precisione, e scoprire che era senza copertura internet. Per il lavoro è stato un disastro, per la mente un toccasana…

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Giugen sempre con me

Non potrò andare alla messa per il mio amico Giuliano, perché nel frattempo, mio padre non sta affatto bene (per usare un eufemismo).

Ma Giuliano è con me. Sempre. La sua fotografia è qui accanto. Da allora. E qui resterà finché resterò io.

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Se questo è un arbitro (lo so, sono fuoritema e fuorimondo. ma è il cuore)

da Il Romanista

TONINO CAGNUCCI

Ricordatevela Brescia. Ricordatevela adesso che la Roma è quasi ultima in classifica, esce dal campo con la maglietta sdrucita, rossa. i piedi rotti, i nervi fuori, le lacrime agli occhi. Ricordatevela quando arriveranno le vittorie, i sorrisi e la giustizia perché se arriveranno, arriveranno da qui, da questa notte della Repubblica del pallone italiano, senza gente allo stadio ma con gli arbitri asserviti, pilotati, teleguidati. Fate la tessera dell’arbitro non quella del tifoso se un arbitro è questo Carmine Russo di Nola nato il 29 settembre del 1976. Se questo è un arbitro questo non è calcio.

Ricordatevelo perché qualcuno ha pure abolito la moviola per non far vedere la verità. Il Truman Show ha deciso così: costretti sul divano davanti alla tv - per chi c’ha i soldi per la pay tv - ma a vedere quello che vogliono vedere. Allora ricordatevela Brescia, ricordatevi che non sono i tre rigori netti non dati alla Roma (i due su Borriello e il mani sul cross di Cicinho), non è nemmeno il triplo errore nell’azione del raddoppio di una delle squadre delle leghe lombarde di questo paese, col bresciano partito in fuorigioco, l’intervento di Mexes fuori area e sulla palla, né le tre ammonizioni date nei primi minuti a tre difensori su quattro della Roma, no. Non è questo che restituisce stanotte, stamattina il senso di schifo a un tifoso di calcio (ad uno qualsiasi, anzi a una qualsiasi persona di buona volontà) ma il fallo che Diamanti fa su Borriello nella ripresa, vicino la bandierina del calcio d’angolo sulla sinistra, col giocatore blu che alza la mano per autoaccusarsi con l’arbitro (quale?) e scusarsi col romanista e che invece si vede dare un fallo laterale a suo favore. Mancano le parole, ma stavolta non debbono mancare. E’ stata un’ingiustizia, talmente grande da essere vera. A certe cose la Triade non c’era arrivata. La Terna di Brescia ha osato di più. Nemmeno Calciopoli ha nascosto tanto.
Così come dev’essere chiaro che qui nessuno dà alibi a nessuno, ma se c’è una cosa peggio della retorica è l’anti-retorica. Il ritornello “guardiamo a noi stessi, non cerchiamo scuse” oggi è la prima scusa che uno si dà, perché non pensa, né parla veramente, ma recita un bla bla bla. È lo slogan che non ti fa vedere come stanno le cose. È un modo per restare piccoli. Non è così che si cresce: c’è solo un modo per farlo, nella vita come nel pallone, dirsi la verità, anche quando oggi sarebbe facile dirsi che hai perso un’altra partita con una neopromossa, che non ha mai vinto quest’anno, che prendi sempre gol, che Vucinic quand’è che inizia a correre e che cosa poi?… Chi è romanista stanotte quando ha visto Julio Sergio col piede fasciato che piangeva come un ragazzino. Come a quel ragazzino romanista a cui un giorno il signor Carmine Russo dovrà dare spiegazioni per quello che ha fatto - qualcosa dentro l’ha sentita per forza. Qualcosa. Quella cosa che ha fatto impazzire Mexes, sorridere amaro Pizarro dopo l’ennesimo schifo, quella cosa che ti fa venire voglia di andartene, di non giocare più, di non tifare più, di non sdegnarti più. Che però invece ti farà andare sabato sera allo stadio per tifare la tua Roma. Perché la Roma è solo tua, solo nostra, non di chi sta cercando di togliertela, di non fartela vedere, di sporcarla. Ricordatevela Brescia e tenetevi stretta la Roma stanotte. Perché la Roma è una bella cosa, non questa merda qua.

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Ma da mo'

Per la verità è un pezzo che sono rientrato. In incognito, naturalmente. Per evitare casini oltre quelli classici già trovati al rientro. È che ci stiamo dando dentro con il quotidiano.

Ah, ho portato a casa una cassa di vini. Ho scalato il Ventoux. Ho fatto naufragio con un gommone.

E ora ricomincio a scrivere

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vado a vedere gli americani (la dura vita dell'inviato)

Quelli veri, naturalmente. O ciò che ne resta. Ovvero gli indiani.

Arapaho National Forest. Colorado, per la precisione. Vediamo se riesco anche a passare vicino a qualche cimitero sacro. A qualche orma fantasma. Affanculo gli yankee. Loro, i nativi, sono i veri americani.

E non importa Charlotte, Denver (all’andata) e poi Philadelphia e Amsterdam (per altri motivi, al ritorno) prima di rientrare alla base. Il tutto in meno di una settimana, dovendo seguire, da lì, il mensile e il quotidiano, per giunta. Qui è la storia, l’etica. L’epica, a contare.

Poi torno e vi racconto tutto. Sono molto emozionato.

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lunedì a Milano, con Massimo Fini e Maurizio Pallante, a parlare di Decrescita

Sarò a Milano, Lunedì 17 maggio, alle 14 e 30 presso l’Università Bicocca, insieme a Massimo Fini e Maurizio Pallante, per parlare di Decrescita.

(Edificio U7, Aula Pagani.)

Ci si vede lì.

(e ovviamente non ci si sente in radio, a Noi Nel Mezzo, visto che non ho il dono dell’ubiquità)

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Caro Giuliano,

gli anni senza di te iniziano ad accumularsi, anche se sembra ieri che in una giornata di sole come questa, forse un po’ più calda, verso metà mattina si è piantato uno stiletto nel mio cuore.

Quanto ci siamo persi? Quanto si sono persi senza te tante e tante e tante persone che ti conoscevano, in questi anni? E quanto ti sei perso tu? 

I tuoi amici liberali, nel frattempo, caro Giugen, non sanno più che pesci prendere. Quel mondo libero e competitivo cui alludevi tu (e che a me stancava anche solo sentirtelo raccontare) è andato a catafottere, come si dice dalle tue parti. Crolla tutto qui, Giu. Forse avevo ragione io quando ti dicevo che a competere non vincono tutti, come dicevi tu, ma ci sono pochi vincitori e tanti altri che perdono. E che fatica, poi.

Ci eravamo dati appuntamento tra vent’anni, per vedere chi avrebbe avuto ragione. Invece credo che ci saremmo potuti incontrare molto prima, per fare almeno un bilancio parziale. E invece sto da solo, qui, a cercare di immaginare cosa avresti detto di Banche & Co., del libero mercato che libero non è, delle lobbies, della Grecia finita agli usurai, del mondo sempre più affamato. 

Penso che sarei anche riuscito, alla fine, a farti diventare un ribelle, anche se la cosa ti avrebbe dovuto far rinnegare venti anni di studio. Ma insomma, io ci speravo. 

Comunque qui cambia tutto e sempre più in fretta, il che significa - vado a naso - che il futuro ci sta raggiungendo alle spalle, e in fin dei conti, se non c’è qualcosa in grado di far girare la sfera della storia su un lato diverso, non è che abbia poi molto senso stare qui. O forse no, lo vedremo alla fine. Lo vedremo, Giù?

Tutto questo per girare intorno a una cosa sola: mi manchi. Molto.

Mi manchi ogni giorno. Anche domenica, quando finalmente abbiamo vinto un derby dirimente, altro che quella sconfitta che abbiamo visto assieme in curva Sud qualche anno addietro, con io che ti guardavo a tifare Roma, gladiatore convertito dalla Sicilia a mescolarsi con noi qui di Testaccio, di Trastevere, di San Saba. 

Oh, Giù, ma tu, da lassù, hai visto che spettacolo? L’hai visto il pollice verso del Capitano? 

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A Mario, ma che sta addì?

Lo sapevamo tutti, qui a Roma, che da Turone in poi (vero, Juve?), per non parlare di Rossetti e dei sei/sette episodi chiave di ogni campionato vinto dall’Inter, sempre di cartone si trattava, per quegli scudetti.

È il motivo per il quale - e caro Mario, lo sai bene pure tu, che sei testaccino - vincere uno scudetto, qui a Roma, ne vale dieci da ogni altra parte…

Non succede, ma se succede…

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Campagna 2010

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Archiviazione dei miei libri (e del resto)

Urge fare ordine. Per poter impostare un metodo. 

Inizio ad avere molto materiale, materiale di lavoro, s’intende. Più di quanto possano contenerlo la casa numero 1 e la casa numero 2, che è molto più grande. Il punto è che accumulo. Costantemente. E senza possibilità di invertire la rotta. Mese dopo mese anzi, giorno dopo giorno, si accumulano tutti i materiali che mi servono per lavorare (e per respirare, insomma per vivere). Sostanzialmente si accumulano libri, riviste, manoscritti e articoli. Con molta probabilità, a meno di cose difficili da prevedere, tale accumulo aumenterà costantemente.

Ma il punto non è tanto lo spazio, anche se a un certo punto, per forza di cose, visto che non siamo in ordine di finanza creativa… l’accumulo infinito in uno spazio che invece è finito, non potrà che collassare. Il punto, piuttosto, è il fatto di come ordinare le cose e ancora più importante, di come ritrovarle.

Beninteso, la parte fisica della cosa deve essere organizzata meglio. Non ho più librerie. Qualche parete e anfratti di case ancora liberi invece sì. Non ho più spazio sulle varie scrivanie sparse (6, per la precisione) sui divani, sui tappeti, sui tavolini e su ogni cosa che abbia la parvenza di poter sostenere pile di libri e fogli e appunti e giornali. Tutto occupato, per non parlare di una decina di monitor, di computer, di mixer e microfoni e cuffie e matasse di cavi…

Ma la cosa fondamentale è la possibilità di ricercare. Non tanto per titoli, che la cosa può essere piuttosto semplice in fin dei conti, quanto per argomenti. Questo il punto.

La funzione che mi serve, che devo inventare, è quella che mi consenta, mentre leggo, studio, archivio eccetera, di poter fissare degli elementi in grado poi, in seguito, di poter tirare fuori quanto mi serve alla bisogna.

Una sorta di “sort of”. Insomma devo trovare un sistema per archiviare tutti i titoli, gli autori, gli argomenti, le citazioni e le parole chiave del materiale che accumulo ogni giorno, che sia soprattutto di cose tangibili oppure di cose in formato digitale (video, audio, testi, foto, notizie…).

Ci sto pensando. Urge pensarci rapidamente.

Avete suggerimenti?

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Dave Matthews Band

Fantastici. Trascinanti. Musicisti sul serio.

Certo, l’acustica del PalaEur - che ora, per qualche strano desolante caso, si chiama Lottomatica - fa cagare.

Ma entrare lì, come ieri sera, è sempre un tuffo nel passato. Quando ci andavo con la motocicletta rossa… a tutto gas… a tutta cricca di sodali, una vita e mezza fa…

Per quanto, anche ieri sera, dopo aver vinto la pigrizia e la stanchezza di 13 ore di lavoro, alla fine il concerto è stato veramente emozionante. Vabè, ora sotto con la chiusura nel numero, che è già tardi.

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Arrivo eh

Lascio il sole (si fa per dire, visto ero lì a lavorare…) di Mallorca e torno alla base. Per chiudere il numero di marzo, e implementare il quotidiano.

Ah, ci sono due interviste da fare e tutti gli impegni si sono affollati per il fine settimana.

Stacco il cellulare. Che devo anche studiare e scrivere, eccheccazzo.

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Io vado nella mitteleuropa

Praga, per la precisione. Per qualche giorno.

Riuscirò a gestire il Ribelle da lì? Tutto dipende dal WiFi. 

Riuscirò a fare le foto che devo fare? Tutto dipende dal freddo (-1 di massima, pare). Che io il freddo lo sento parecchio.

Riuscirò a provare le 1200 birre diverse di quei posti? Vedremo.

Vabè, finisco gli ultimi tre articoli e vado in aeroporto.

(a me del liberty non frega proprio nulla. Di Kafka, Dvorak, del Mozarteum e della Galleria Nazionale, per non parlare del monastero e “del Castello”, invece sì)

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E oggi, alle 16 su RadioAlzoZero, in diretta, riparte "Noi nel Mezzo"*

Come potete leggere qui, pare che ce la faremo: oggi alle 16, parte l’altro grande impegno che ci eravamo presi e del quale vi avevamo anticipato nelle settimane precedenti. Noi nel Mezzo, questo il titolo - del quale è inutile specificarne i motivi della scelta - è un contenitore settimanale di informazione e soprattutto approfondimento. Rigorosamente in diretta.

Il che significa che è possibile partecipare, subito e per tutti via email all’indirizzo diretta (at) ilribelle . com, e per gli abbonati che potranno anche vedere cosa avviene in redazione mentre trasmettiamo, da questa pagina,anche via chat (sulla pagina stessa). Le prossime settimane proveremo anche ad aprire i microfoni agli ascoltatori, via telefono, naturalmente. Per la puntata di oggi, invece, preferiamo non farlo, ma solo per motivi di prudenza tecnica: essendo la prima trasmissione dovremo confrontarci con prevedibili problematiche, dunque per evitare caos la cosa sarà possibile solo dalle prossime volte.

È ora il caso di indicare due disclaimer.

Il primo: linguaggio e metodo di conduzione saranno naturalmente adatti al mezzo radiofonico, dunque diversi da quelli che siete abituati a leggere sul mensile e sul quotidiano. Ciò non significa che i temi verranno affrontati con leggerezza, ma semplicemente che cercheremo di affrontarli in modo molto simile a un dialogo.

Il secondo: la musica della trasmissione - che in ogni caso rappresenta la parte minore, visto che si tratta di una talk-radio - risponde unicamente a un concetto: è quella che piace a me. So che naturalmente non piacerà a tutti, ma visto il mezzo (webradio) e la (presumibile) tipologia degli ascoltatori, credo che sarà…)

(leggi tutto)

a più tardi
*Il titolo, naturalmente, è un omaggio a Giuliano e a quando, ormai cinque anni addietro, ci divertivamo da morire a fare radio insieme…

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dal diario del 2010#4

“Giornata intensissima, tutta passata dentro la redazione, tra aggiornamenti della biblioteca, la solita ventina di telefonate a collaboratori e varie e avariate, e poi la prova pomeridiana della mia nuova trasmissione in diretta audio-video su Raz e sul Ribelle. Con Ferdinando accanto e Sara in regia.

Ci siamo quasi, a mio avviso. Ma bisogna preparare una scaletta ferrea della puntata, altrimenti si rischia seriamente di scadere dal punto di vista del ritmo e dell’attenzione. La cosa più complessa è riuscire a essere profondi quanto vorrei e al tempo stesso leggeri come il mezzo richiede. Compito arduo.

Rivedendo il video, urge che mettiamo a posto le luci e una sorta di scenografia, ma al momento non ho idea di come. Intanto, un’altra prova è stata settata per lunedì. Vedremo.”

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dal diario del 2010#3

“Ieri sera cena con Dara, mia splendida cugina diciottenne (cugina sul serio, di questi tempi vale la pena precisarlo). Deve scegliere l’Università: non ho avuto il coraggio di dirle che tutto ciò che imparerà di vero, lo farà al di fuori e malgrado l’Università. Ma è un passaggio fondamentale. La devo far incontrare con Enzo Le Fevre, esperto internazionale di prevenzione di genocidi: lei vorrebbe fare qualcosa “per aiutare gli altri”, ma non sa ancora cosa. Vedremo se Enzo saprà aiutarla”. 

“Ho finito di leggere Shock Economy di Valerio Pignatta, edito da Arianna: un bel libro sulla GDO (grande distribuzione organizzata). Con diverse testimonianze sui problemi di tali templi del consumismo. Al libro manca la parte dottrinaria e filosofica, appannaggio di altri autori, naturalmente… ma per una diffusione di massa è un libro che apre gli occhi su tante cose. A patto che li si voglia aprire”.

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dal Diario del 2010#2

“Ci si annoia quando non ci si può distrarre e non si hanno interessi. Questo è il punto. Ci si annoia a non fare niente quando, oltre alle varie distrazioni idiote della società moderna, non c’è nulla che richieda e invogli invece alla concentrazione, dovuta alla passione per qualcosa. In altre parole, chi si annoia non ama, non patisce, non vive. E ha bisogno, appunto, di distrarsi.”

Ci si annoia anche quando, pur avendo passione per qualcosa, non si riesce a viverla. Che peccato.

“Ieri sera il Vikingo post-moderno, alla terza Guinness, ha trovato finalmente il nome adatto alla mia prossima trasmissione su Raz. Non c’è niente da fare, lui lavora e diventa veramente creativo solo al pub: bisognerebbe spostare il suo ufficio lì. Per forza”.

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