10 anni di Ribelle, e sentirli tutti

Qualcuno addirittura mi ha mandato un messaggio (ironico) per “farmi le condoglianze”. Occorre dunque spiegare a chi non conosce i fatti. Sì, la rivista La Voce del Ribelle ha cessato le sue pubblicazioni dopo dieci anni di attività. Per motivi ben precisi. Che non sono puramente economici. Ma di ben altro spessore.

Per chi volesse saperne di più pubblico integralmente, qui sotto, l’editoriale di commiato che ho scritto sull’ultimo numero dell’edizione cartacea rilasciata lo scorso ottobre. Con due minuscole premesse. 

La prima: molto spesso ciò che c’è più bisogno di fare è esattamente ciò che mette più paura fare.

La seconda: abbiamo da fare altro. Molto altro. Probabilmente di molto più efficace (ma di questo parleremo a breve).

Intanto, l’elogio “funebre”, e qualche sassolino da toglierci dalle scarpe, ok? E poi andiamo avanti, perché, per dirla alla Alain de Benoist: “la tradizione non è ciò che non cambia mai, ma ciò che cambia rimanendo fedele a se stessa”.

Amen.

 

Sempre avanti e lancia in resta.

Rifiutando ogni tipo di calcolo. 

Uno slancio che non è bastato

In realtà è più di un decennio, perché tutto ebbe inizio nel 2005. Ma basterebbero anche i dieci anni di pubblicazione di questa rivista - che si compiono proprio con questo numero 87, nel decimo anno - a suggerire di fare un bilancio complessivo. Occorre che i nostri lettori sappiano, e che riflettano assieme a noi sul da farsi. Non tanto e non solo sulle sorti di questo progetto editoriale, ma più che altro in senso lato, e cioè su come tentare di intervenire e di incidere sulla realtà, ovvero sulle menti delle persone, a livello culturale e metapolitico. Come da sempre abbiamo tentato di fare con ogni nostra operazione comunicativa. Perché se non si parte da un cambiamento culturale, ovvero delle mentalità, nulla mai potrà cambiare. E se non ci si impegna a “stimolare” gli altri a farlo non c’è alcuna speranza di riuscire.

Sempre che, beninteso, si sia intenzionati a farlo. Sempre che si voglia tentare di fare qualcosa che vada oltre la propria formazione e presa di coscienza ma che si voglia estendere alle persone che si hanno attorno e si voglia lasciare ai posteri. Soprattutto chi ha figli e nipoti dovrebbe farlo, per gli evidenti motivi, ma anche qualsiasi altra persona che non voglia unicamente lasciarsi condurre docilmente da altre volontà e voglia invece intervenire, per come gli è possibile, per incidere sulla storia (propria e assoluta).

Un bilancio, una resa dei conti, una presa di coscienza di quanto avvenuto negli ultimi dieci anni non è solo utile dunque, ma diventa a questo punto una necessità fondamentale.

Questa stessa rivista, questo stesso progetto lo esigono. 

Chiariamo immediatamente: non vogliamo, nel modo più assoluto, scadere in una mera cronologia di quanto avvenuto dal 2008 a oggi, e tanto meno cedere alla facili lusinghe considerando ciò che iniziammo a scrivere allora su queste pagine, e quindi abbiamo proseguito a scrivere negli anni verificando che poi passo passo tutto si sarebbe puntualmente avverato più o meno alla lettera.

Quello che intendiamo fare è invece riflettere sul cambiamento avvenuto nella società, se non altro in Italia, proprio nel decennio delle “nostre” pubblicazioni. Evidenziare quali sono stati i punti di snodo fondamentali di questo progetto e quindi isolare la situazione attuale per farvi capire la nostra decisione.

Partiamo dalla fine. A nostro avviso, almeno al momento, almeno in Italia, non c’è più alcun motivo di continuare a pubblicare una rivista di questo tipo. E, seconda considerazione, pur volendo cercare in ogni caso di fare un lavoro di comunicazione volto a intercettare le menti delle persone, cioè operare un lavoro di carattere comunicativo e metapolitico, in questo momento storico sarebbe opportuno cambiare mezzi e metodologia di comunicazione. Fare altrimenti significherebbe essere ottusi nel voler continuare a lanciare un messaggio con un sistema che “non può essere recepito” in alcun modo dalle persone che pure si vorrebbe raggiungere.

Come continuare a scrivere per una società diventata cieca. Come continuare a parlare a una società diventata sorda. Insomma, come incaponirsi a lanciare un messaggio a una società che non è - proprio umanamente (torneremo su questo punto) - in grado di recepirlo.

Lasciamo all’altra analisi, quella di Federico Zamboni sempre su questo numero della rivista, indagare a fondo su quest’ultimo tema. Qui invece vogliamo percorrere le tappe che a questo punto, a questa considerazione, ci hanno condotto.

Storia (solo un po’)

Era il 2005 dicevamo, dunque tre anni prima la nascita di questa testata, e la volontà di comunicare alcuni temi, in una società che evidentemente andava già stretta a molti di noi, diede vita, assieme a uno sparuto gruppo di persone tra le quali Ferdinando Menconi, a RadioAlzoZero: una delle prime, davvero una delle primissime web radio nate in Italia. Internet era ancora agli albori nel nostro Paese, nel senso che non erano poi in molti, allora, ad avere una connessione adsl domestica. Facebook non esisteva, né Whatsapp, e iniziava unicamente a diffondersi la nascita dei primi blog.

Facemmo tanti esperimenti, tante trasmissioni, e ci furono enormi difficoltà: non tanto nella realizzazione dei vari programmi e del palinsesto (operazione identica a quella che si mette in opera in una radio tradizionale), quanto nel riuscire a far capire a tutti cosa significasse ascoltare una trasmissione in streaming anziché in FM come con le radio abituali.

Nel 2006 uscì il libro “Il Ribelle dalla A alla Z” di Massimo Fini, che già tutti noi leggevamo da anni assieme a tanti altri autori che riflettevano sulla società in modo, per così dire, non ortodosso, e quindi l’autore stesso fondò Movimento Zero sulla scia della rappresentazione in Italia del suo spettacolo Cirano. Spettacolo teatrale che richiamava tanti giovani, evidentemente già scontenti della società a quel tempo, e che suggerì a Fini stesso di dare vita a un movimento di opinione, che supponeva potesse estendersi in Italia con dei referenti locali in varie regioni e città, sulla base del Manifesto dell’antimodernità. Beppe Grillo e il MoVimento 5 Stelle erano ancora molto al di là dal venire, non fosse che per il VaffaDay (cui Fini stesso partecipò) dell’8 settembre 2007. C’erano i MeetUp, sì, ma non il partito che poi è sorto in seguito.

Conoscemmo personalmente Fini in una delle primissime riunioni di Movimento Zero, una di quelle di reclutamento dei referenti locali in Italia, e gli parlammo della volontà di fondare una rivista che potesse comunicare, su base mensile, argomenti, riflessioni e temi che provenivano evidentemente da molto del suo lavoro precedente, soprattutto in merito ad altri libri più importanti dello scrittore milanese, e da un ambito culturale e metapolitico per così dire, “di riferimento”. Cioè volto a una riflessione che andasse ben oltre le vecchie categorie del passato di “destra e sinistra” ma che si estendesse, invece, a una elaborazione adatta allo spirito dei tempi. E a quello cui fatalmente si sarebbe presto giunti.

La rivista avrebbe affrontato temi di attualità, naturalmente, ma con la chiave di lettura che era diretta conseguenza di un modo di pensare e di interpretare la realtà che Fini stesso utilizzava da tanti anni. E Fini, questa la proposta che gli facemmo e che lui accettò immediatamente, ne sarebbe stato il direttore politico.

La connessione con Movimento Zero non era codificata, ma era chiaro che se da un lato esisteva allora una sensibilità nascente, in Italia, per dei movimenti che volessero raccogliere varie anime dissenzienti e provenienti da esperienze politiche precedenti anche molto distanti tra loro, e dall’altro lato Fini stesso decise di fondare un movimento di opinione e di dirigere dal punto di vista politico una rivista mensile come questa, l’idea di editare La Voce del Ribelle fu chiaramente quella di pubblicare qualcosa che intanto in Italia ancora non esisteva, e che dall’altro lato potesse funzionare, assieme a un sito internet, come collegamento per le varie sensibilità che sembravano iniziare ad aggregarsi proprio in quei mesi.

A ottobre del 2008 uscì il primo numero cartaceo de La Voce del Ribelle con, tra le altre cose e ovviamente oltre all’editoriale di apertura di Massimo Fini, un articolo di Federico Zamboni intitolato “Banca Rotta”, una intervista a Elio Lannutti, “I governi fanno i camerieri dei banchieri”, e un articolo di geopolitica dal titolo parimenti significativo: “Usa-Russia atto II (e l’Europa?)”. Articoli attualissimi ancora oggi. Anzi, con maggiore possibilità di essere recepiti oggi di allora.

Quanto appena scritto per dire che è del tutto inutile rammentare tutto ciò che abbiamo affrontato da allora, tutto ciò che abbiamo previsto su queste pagine e tutto ciò che è poi accaduto. Il nostro archivio su internet è lì a dimostrarlo, chi ha ancora nella propria biblioteca i primi 36 numeri di quella rivista può sfogliarli per sincerarsene e in ogni caso ci risparmiamo inutili e superflui elenchi di articoli, temi e previsioni che abbiamo affrontato nel corso di questo decennio.

Perché non è questo il punto, non è questa la “cifra” più importante di questo progetto editoriale.

Voi

Il numero massimo di abbonati che fummo in grado di raggiungere in quei primi tre anni di pubblicazioni fu di poco inferiore ai tremila. Quasi un record, nel nostro Paese, per un progetto totalmente autofinanziato come il nostro e del tutto privo di supporti politici o pubblicitari e con sola diffusione via abbonamento, considerando che neanche La Voce di Prezzolini riuscì mai a raggiungere numeri superiori. 

I nostri abbonati provennero da tante presentazioni che facemmo in giro per l’Italia assieme a Massimo Fini, ovviamente dalla sua notorietà, e in modo decisivo da un post pubblicato sul blog personale di Marco Travaglio in cui il giornalista torinese spese parole lodevoli per una iniziativa che in Italia era del tutto inedita e che meritava attenzione. Il Fatto Quotidiano, a quel tempo, non era ancora stato fondato.

Gli abbonamenti però poi crollarono in seguito a tre “eventi doppi”, se così vogliamo considerarli. 

Il primo: mentre Movimento Zero di Fini non riuscì a decollare per l’assenza, dal punto di vista pratico, del suo fondatore nello spendersi nella cosa, crebbe in maniera vertiginosa il MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che invece si spese e continua a spendersi con tutto se stesso in questa realtà diventata poi politica.

Il secondo: mentre La Voce del Ribelle non aveva alcun editore importante alle spalle né alcuna possibilità economica di diffondersi nelle edicole, nacque Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e Antonio Padellaro, che ingaggiarono immediatamente Massimo Fini tra i collaboratori, laddove fino a quel momento era invece relegato a scrivere su quotidiani di secondo piano e certamente non a carattere nazionale, oltre che sul Ribelle.

Il terzo: larghissima parte dei nostri lettori sentivano l’esigenza di avere uno sbocco immediatamente politico ai tanti discorsi che pure portavamo avanti sulla rivista, ma mentre il Ribelle non aveva alcuna velleità diretta in tal senso, attraverso Il Fatto Quotidiano e il MoVimento 5 Stelle di Grillo (di cui Marco Travaglio rappresentava evidentemente una firma di riferimento) si prospettava tale possibilità. 

Possibilità poi effettivamente diventata realtà, come sappiamo, sui cui effetti e benefici (e malefici) lasciamo la riflessione a ognuno di voi.

I nostri abbonati crollarono e noi dovemmo rinunciare a pubblicare la rivista in formato cartaceo dopo 36 numeri, dunque tre anni (anche perché allora ancora non erano disponibili dei sistemi di stampa e diffusione - più economici ed efficaci - che poi, oggi, ci hanno invece permesso di tornare a questa ultima versione cartacea).

Massimo Fini iniziò da quel momento a interessarsi ancora meno sia della rivista sia di Movimento Zero, ma noi andammo avanti, perché alcune centinaia di persone rimasero comunque legate a questo progetto.

Non mollammo mai

Continuammo a pubblicare il Ribelle in formato Pdf con cadenza mensile, sempre contando su una modesta quota di abbonamento. E poi al formato Pdf aggiungemmo uno sforzo notevolissimo di pubblicazione quotidiana di articoli e riflessioni sul sito della rivista. 

A questo, nel corso degli anni, aggiungemmo quindi la ripresa della trasmissione settimanale in diretta streaming video Noi Nel Mezzo (la prima edizione, pensate, risale al 2007), poi portata avanti assieme a Ferdinando Menconi e a Federico Zamboni. Non solo: per spingere ancora di più e sondare ogni possibilità, inoltre, nel corso degli anni aggiungemmo al progetto una nuova webRadio che trasmetteva 24 ore al giorno (a quel punto le connessioni internet anche domestiche erano ormai diffusissime, in Italia): Raz24.

Trasmissioni come “Codice Notte” o “The Ghost of Tom Joad” o “C’è Qualcuno Lì Fuori?” di Zamboni, o “La Controra” che conducemmo personalmente (queste ultime due a cadenza quotidiana sino ad arrivare addirittura a sei ore di diretta al giorno) oppure “Le Radici Profonde Non Stonano” di Ferdinando Menconi, o ancora “Decrescita: la Via per Eldorado” di Sara Santolini e “Zona Rebelde: Appunti Latinoamericani” di Alessia Lai, furono altre ulteriori estensioni che tentammo di mettere sul tavolo per cercare di continuare a offrire una presenza di vario tipo di questo progetto editoriale. Con centinaia di interviste a scrittori, intellettuali, giornalisti e saggisti.

I podcast sia delle trasmissioni audio sia di quelle video sono ancora disponibili nel nostro archivio come testimonianza di quanto detto.

Alleanze e rifiuti

Attraverso tutto questo lavoro sviluppatosi in un decennio abbiamo tentato di costruire ponti con ogni realtà editoriale, intellettuale, giornalistica e movimentista ci fosse sembrata adatta e adeguata per instaurare se non altro un dialogo e una alleanza strategica nel portare avanti la volontà di risvegliare alcune coscienze. Di far conoscere alcuni temi in una luce differente da quella mainstream. 

Ebbene: non ci siamo riusciti. Pur tendendo mani e offrendo opportunità a tutti, di parlare ai nostri microfoni e di scrivere sulla rivista, e pur offrendo ogni possibile soluzione di unirsi, o fondersi, o anche diluirsi in un progetto editoriale più grande, non abbiamo mai avuto in cambio il benché minimo riscontro di appoggio, sostegno e vicinanza. E siamo rimasti isolati, così come isolate sono tutte quelle realtà in qualche senso simili alla nostra che non hanno mai avuto coraggio, voglia e lungimiranza di instaurare se non altro un dialogo con noi (è inutile fare nomi di giornalisti, intellettuali e pseudo-testate che abbiamo contattato, perché chi ci conosce da tempo, cioè voi, li rammentate certo tutti).

A questo proposito, ovvero al fatto di tentare di “includere” e far collaborare differenti realtà, ricevemmo sempre molte email dai nostri abbonati, tanto che a un certo punto, all’incirca tre anni addietro, tornammo personalmente sull’argomento con un articolo dal quale vale la pena ripubblicare un lungo estratto. Questo:

…a fronte di questo impegno di carattere "inclusivo" di tutte le realtà che abbiamo reputato utili da contattare (anche bloggers, editori, scrittori, giornali cartacei e on-line attraverso vari loro esponenti) e che sono stati - a quanto ci risulta - ben lieti di partecipare, noi del Ribelle siamo stati sempre (sempre!) esclusi da qualsiasi rimando, citazione e inclusione di qualsivoglia tipo. Silenzio assoluto. Semplicemente, a livello mediatico, non siamo esistiti se non per le migliaia di persone che ci hanno seguito fedelmente.
Ora, sia chiaro, aspettarsi inviti di vario tipo da una delle tante espressioni dei media mainstream sarebbe stato ingenuo. Ben consci del teatrino che viene messo in scena all'interno di quelle redazioni e di quelle trasmissioni, figuriamoci se qualcuno mai si sarebbe arrischiato a far partecipare, magari in diretta, un giornalista del calibro di Federico Zamboni. A Federico sarebbero bastati un paio di interventi, un paio di risposte, in circostanze del genere, per far diventare viola il conduttore o l’ospite di turno, e per dimostrare in modo incontrovertibile la vacuità e la erroneità dei presupposti e dei metodi con i quali vengono affrontati quei temi che sono costantemente trattati in occasioni del genere. Roba dal “gioco, partita, incontro”, spegnete la tv e tutti a casa. Impossibile insomma sperare di entrare in quegli spettacoli ben oliati sapendo che saremmo stati in grado di farli inceppare in pochi minuti.
Ma dal resto, cioè da tutte le realtà che abbiamo cercato di includere per i motivi che abbiamo spiegato poc’anzi, francamente ci aspettavamo più apertura. Più volontà di inclusione a loro volta. Più capacità di capire, appunto, che l'unione avrebbe generato più forza. E invece, come detto, è stato il silenzio.
Naturalmente ci siamo chiesti ripetutamente il perché di tale comportamento. E ovviamente ci siamo dati le risposte, scaturite da mera logica e solo in qualche caso sfociate in supposizioni che però, al momento, non possono essere confermate né smentite.
Vediamo. 
A nostro avviso, i motivi dell’ostracismo nei nostri confronti sono, a grandi spanne, tre. Uno molto piccino. Un altro mortificante. E un altro propriamente strategico. (E parliamo unicamente delle realtà “nostre”, ovviamente, non certo del circuito mainstream).
Andiamo con ordine. 
E dritti al primo punto senza infingimenti: alcuni degli altri hanno avuto timore di perdere, almeno in parte, il “proprio” pubblico. Ciò che l’informazione consuma è l'attenzione del lettore. E siccome questa è limitata, ogni unità in più, ogni articolo, contenuto o secondo passato a leggere o ascoltare qualcosa o qualcuno, sottrae tempo e attenzione per leggere altro. Come dire: se si intende parte del proprio lavoro come una battaglia per assicurarsi l’attenzione del lettore, ogni spostamento di fuoco rispetto a se stesso, per esempio nei confronti di qualcun altro da leggere o ascoltare, riduce la propria visibilità. E dunque: perché dare spazio agli altri? E ancora: perché dare spazio ad “altri” che magari hanno qualcosa di più interessante, di più preciso, di più giusto da dire rispetto a quello che ho da comunicare io?
Ecco: ognuno faccia propria tale riflessione o la contesti, ma una delle risposte che ci siamo dati è questa, anche perché conosciamo veramente a fondo le mentalità dell’ambiente (giornalistico ed editoriale) nel quale ci muoviamo e nel quale lavoriamo da tutta la vita. E perché siamo ben consci di quello che abbiamo prodotto sin qui. E che è tuttora disponibile a chiunque.
Secondo punto: alcuni degli altri non ci hanno reputato degni di essere ascoltati, inclusi, rilanciati. O, molto semplicemente, non hanno avuto la mera volontà di andarci a conoscere per sincerarsi di ciò che abbiamo prodotto (in quest’ultimo caso, chiara incapacità di fare il proprio mestiere). 
Diversi ci hanno saccheggiato spudoratamente. Scrivono oggi nelle loro recenti realtà editoriali cose che noi abbiamo scritto un lustro addietro, e le “vendono” come rivelazioni frutto di chissà quale capacità analitica.
Non c'è una sola riga, relativa alle macro-analisi e agli scenari che abbiamo pubblicato negli anni che non si sia puntualmente verificata, e che non sia stata poi ripresa e rilanciata (senza citarne la paternità come noi invece abbiamo sempre fatto, quando necessario) se non quando ormai, praticamente, di dominio pubblico.
È imbarazzante, ma dobbiamo pur dirlo, senza mettere su una maschera di finta, e fuori luogo, modestia. E ci si perdoni (speriamo) l’auto citazione.
Terzo punto: molti, pur di difendere il proprio piccolo orticello, non hanno capito, proprio dal punto di vista strategico, che una unione delle forze sarebbe stata più efficace non solo in senso generale - sempre ammesso che veramente abbiano a mente e sposino la volontà generale che ha animato da sempre questo progetto: cioè diffondere il più possibile idee e chiavi di lettura di un certo tipo al fine di incidere sulle mentalità di quante più persone possibili per innescare il cambiamento radicale della società che auspichiamo. Cioè, letteralmente, un progetto metapolitico - ma anche a livello personale.
Unire più micro realtà differenti avrebbe acceso i riflettori maggiormente sulla nostra “area” e in conseguenza, fatalmente, su ognuno di quelli che vi si dedicano.
Niente da fare: hanno tutti preferito attestarsi nel proprio micro terreno invece di dare vita a una Camelot mediatica. Ma non solo: senza arrivare neanche a ipotizzare un vero e proprio soggetto unico (una testata, una radio, una televisione) dovendo per forza di cose rinunciare, almeno in parte, alla propria unicità, sarebbe bastato, strategicamente, pur rimanendo nella propria esclusiva identità, aprirsi però a un dialogo, a un rilancio, a uno spalleggiarsi tra le varie realtà differenti. Ognuna con le proprie specificità però unite, sodali, verso un progetto comune. Una costellazione di giornali, radio, tv, Case editrici, giornalisti e saggisti che pur remando da soli o in scialuppe con poche unità avrebbero però condiviso la rotta e gli intenti, aiutandosi l’un l’altro, con il tipo di aiuto che un lavoro del genere esige: visibilità e presenza, rilanci e “considerazione”, vicendevolmente.
Invece nulla: quasi tutti (tranne pochissime realtà) hanno continuato in ordine sparso, individualmente, difendendo la propria unicità e rifiutando qualsiasi dialogo di qualsiasi tipo.
Noi ci siamo aperti e abbiamo incluso tutti quelli che reputavamo utili alla cosa (e i nostri lettori sanno quanti soggetti abbiamo incluso, rilanciato, sostenuto). Gli altri ci hanno semplicemente ignorato.

Ma torniamo a oggi. E ai nostri “editori”

Aspetto fondamentale: sia la rivista, pur se in formato Pdf, sia ogni altra iniziativa di tutte quelle che abbiamo rammentato, è stata resa possibile, nel corso di tutti questi anni, grazie alle persone che in questo progetto hanno sempre creduto sostenendolo dal punto di vista economico ed emotivo con donazioni ripetute, e con la costanza di mantenere attivi i propri abbonamenti. E ovviamente grazie allo sforzo encomiabile di tutti i vari collaboratori che hanno avuto, per tutte queste prestazioni professionali, dei compensi simbolici o  nulli o che in qualche caso (come quello personale, di Ferdinando Menconi e di Luciano Fuschini) si sono addirittura autotassati pur di continuare a mantenere in vita il tutto.

L’ultima iniziativa, in seguito alla inevitabile chiusura delle precedenti (radio e video) per assoluta mancanza di risorse economiche e umane nel corso degli anni, è stata appunto questa del ritorno al cartaceo della rivista. Undici numeri, da novembre 2016 a ottobre 2017, grazie allo sforzo congiunto dei collaboratori, che hanno continuato a pubblicare e a lavorarci senza alcun compenso, e a uno sparuto ma saldissimo gruppo di “editori” che, autotassandosi, hanno reso possibile il ritorno alla carta.

Si tratta di Sebastiano Bressanello, Alberto Raimondi, Giorgio Sciandra, Giovanni Di Palmo, Antonio Mazzitelli, Fabio Carlo Molo, Lorenzo Lenzi, Corrado Vignarca, Lanfranco Verdelli, Simone Revello, Luciano Fuschini, Davide Ortolani, Davide Gaglione, Stefano Stucchi, Maurizio Peretto, Vittorio Di Giacinto, Emiliano Negro, Nicola Benoni, Emanuele Buratti, Tomassino Ferrauto, Francesco Polverini e Michele Luscia.

A loro si deve il ritorno al cartaceo, oltre ovviamente a tutti gli abbonati che ci hanno seguito in questo anno di pubblicazioni.

Incidenza zero

Eppure la sintesi complessiva di questo sforzo è impietosa: non siamo riusciti, in un intero anno e con altri nove alle spalle, e malgrado sforzi di pubblicità e di diffusione di vario tipo - in ogni caso quelli che ci potevamo permettere, considerate le risorse economiche e soprattutto umane per fare tutto - a far crescere che di pochissime unità il numero degli abbonati complessivi. La rivista continua a essere diffusa a pochissime centinaia di persone, tra abbonamenti e acquisti di singole copie, e non ha alcuna incidenza a carattere nazionale.

Vorremmo essere chiari su questo punto. Per incidenza a carattere nazionale non intendiamo un obiettivo di diffusione nell’ordine di alcune decine di migliaia di copie. È chiaro che un prodotto editoriale di questo tipo punta a raggiungere un bacino d’utenza che rappresenta l’élite pensante del nostro Paese. Non fosse altro che per l’attitudine e la capacità di leggere riflessioni di questo tipo e di riflettere su temi tanto importanti che richiedono analisi logiche e non emotive. 

Una incidenza avremmo potuto averla anche solo con due o tre mila abbonati. Se fossero stati davvero in questo numero e se avessero potuto, a loro volta, diffondere in modo influente temi e riflessioni che elaboravamo insieme su una rivista di questa natura e che poi potevano essere veicolati, con un altro tipo di linguaggio, all’interno di altri ambiti.

Un esempio su tutti: se avessimo avuto quattrocento o cinquecento abbonati tra i sostenitori e gli attivisti del MoVimento 5 Stelle, avremmo certamente potuto avere una incidenza all’interno di quella forza politica. Perché ci sarebbe stata una massa critica pensante a iniettare i nostri argomenti e le nostre riflessioni all’interno di una realtà che invece appare ancora oggi del tutto priva di una capacità analitica e propositiva derivante da riflessioni come quelle che abbiamo portato avanti qui sul Ribelle.

Ecco il discorso dell’incidenza. Che non c’è stata. E dunque dell’irrilevanza, in senso generale, nel continuare a pubblicare una rivista come questa.

A chi parlare?

Non è (solo) un discorso economico. Questo è semplice: il numero attuale degli abbonati, che a questo punto riteniamo del tutto impossibile da far crescere perché eventuali investimenti di diffusione e pubblicità non possiamo permetterceli, è insufficiente per poter andare avanti. 

Il discorso più importante è invece un altro, anzi sono due. Il primo quello appena fatto, ovvero l’irrilevanza e l’inefficacia di uno sforzo del genere, se si va al di là - e vi si deve andare - dello stretto rapporto di fiducia e complicità che c’è tra noi e tutti voi. Il secondo riguarda l’aspetto più importante di una riflessione che a questo punto possiamo fare forti di una esperienza, e di una panoramica, “decennale”.

Perché in questo decennio non è solo cambiato il volto del nostro Paese dal punto di vista economico, e dunque sociale. Sono cambiate, a velocità impressionante, le abitudini “informative e riflessive” degli italiani. E in senso lato, a nostro avviso, anche le loro capacità cognitive.

Il numero dei lettori veri è in lento ma inesorabile declino, per motivi meramente anagrafici. Le generazioni più anziane stanno via via, naturalmente, scomparendo. Quelle più giovani, invece, si avvicinano molto meno delle prime alla lettura o, sarebbe meglio dire, a una capacità riflessiva e cognitiva che dovrebbe invece essere usata per capire la complessità dei temi attualmente sul tavolo. È il discorso di Giovanni Sartori e dell’Homo Videns, cioè dell’uomo che passa dalla lettura alla sola capacità di vedere delle immagini, e dunque all’impossibilità di comprendere a fondo argomenti anche solo un filo più complessi di quelli che si possono spiegare e “affrontare” con supporti visivi.

L’Homo Videns, negli ultimi anni, si è poi addirittura trasformato in quello che abbiamo chiamato “Homo Ludens”, vale a dire colui che è stato profondamente cambiato dai mezzi che ha iniziato - e vi è stato indotto - a usare. I Social Network in primo luogo. Inutile tornarvi sopra perché lo abbiamo fatto ripetutamente in circostanze precedenti.

Se a questo si sommano le percentuali altissime di analfabetismo totale, di quello funzionale e di quello di ritorno, il quadro appare chiaro. Il primo analfabetismo è ancora molto diffuso in Italia, ma sono soprattutto il secondo e il terzo a rappresentare uno stadio che al momento appare “senza via di uscita”.

Gli analfabeti funzionali: non comprendono il senso di un testo scritto; non costruiscono analisi articolate; paragonano il mondo solo alle proprie esperienze dirette. Gli analfabeti di ritorno: pur sapendo leggere e scrivere, e dunque avendo appreso almeno in età scolare alcune capacità cognitive, le hanno perse nel corso degli anni non praticando più alcuna lettura né scrittura più articolata rispetto a quella minima indispensabile.

Detto in parole più sintetiche: “due italiani su tre non sono in grado di capire un testo scritto o di decodificare il significato di un discorso complesso”. Come da uno studio ponderoso di Tullio De Mauro. Il tutto ci porta, sempre utilizzando le parole dello studioso scomparso recentemente, a una “Repubblica fondata sull’ignoranza”. Stesse identiche parole pronunciate da Giovanni Sartori anni prima nel libro che abbiamo già citato. Una Repubblica nella quale evidentemente non c’è posto per un progetto come il nostro che non ha possibilità ulteriori di farsi conoscere, cioè di fare investimenti pubblicitari in grado - e forse - di raggiungere i numeri che abbiamo accennato.

E allora: se non ci sono lettori, e i pochi che ci sono appaiono dispersi, e noi non siamo in grado di raggiungerli né facendo uno sforzo comunicativo che non possiamo sostenere né - evidentemente - con un prodotto editoriale, questo, che per tutti i motivi appena spiegati “è difficile da far funzionare”, è il caso di trarne delle conclusioni e delle decisioni. E di ammettere di avere “fallito”, a livello di massa critica, pur essendo consapevoli di aver invece “acceso la luce” e instaurato un legame profondo con coloro che ci hanno seguito nel corso di tutti questi anni. 

Nuovi mezzi (sì, ci stiamo pensando)

A livello editoriale occorre trovare una nuova soluzione per comunicare (e non è solo un discorso relativo al nostro caso personale). Laddove la difficoltà maggiore risiede nel cercare un metodo, un sistema, un linguaggio, un “prodotto” che possa avere maggiore efficacia, pur cercando di comunicare i temi e le chiavi di lettura che ci sono proprie da sempre e che non ci abbandoneranno. 

Abbiamo l’impressione - se non la certezza - che serva qualcosa di intermedio tra il “nulla” del mainstream e il “moltissimo” di alcuna saggistica e di riviste come il Ribelle o altre simili. Ecco, questo “qualcosa di intermedio” (a livello di progetto comunicativo) per intercettare quella massa critica di persone che si spera poi in grado di traghettare verso studi e comprensioni più evolute, deve essere raggiunta con qualcosa di differente. Che al momento non vediamo da nessuna parte, in Italia, se non in qualche sporadico e disarticolato caso.

Noi continuiamo a pensarci, naturalmente. E lo stiamo facendo anche a livello personale, ma al momento è prematuro parlarne. Lo faremo - magari via email - con voi, il prima possibile

La Voce del Ribelle cessa però oggi la sua pubblicazione, per tutti i motivi appena detti (in basso delle note informative per gli abbonati, che non “abbandoniamo”, naturalmente). Sperando che un giorno possa riprendere, anche con un altro editore, con un altro direttore, con altri collaboratori e con maggiori possibilità economiche, per fare uno sforzo di diffusione e comunicazione che probabilmente sarebbe in grado di raggiungere un pubblico più ampio.

Per ora rimane questa Casa editrice e alcune attività a essa collegate (libri, eBook e altre cose in arrivo) e l’archivio, sterminato, di articoli, trasmissioni, interviste, audio e video, sino a che avremo risorse per continuare a pagare i server che li ospitano. Rimangono naturalmente i numeri stampati della rivista che conservate nelle vostre biblioteche. E ci auguriamo che possa rimanere un contatto tra noi, anche a livello personale, perché la strada fatta assieme è stata tanta, e il legame instaurato con tanti di voi è diventato veramente profondo. 

Grazie a ciascuno di voi. Davvero di cuore.

Valerio Lo Monaco


Per chi volesse acquistare l'ultima copia uscita, qui sotto i modi per farlo, nei vari formati.


Formato Cartaceo

Formato Pdf e ePub

Formato Kindle

Iscriviti alla mia mailing list personale. (No spam, No Ads. Promesso)

* campi richiesti