Grecia: quelle trattative sbagliate (e comunque inutili)

I segnali continuano a non essere incoraggianti. Tsipras ha iniziato a negoziare nuovamente con la Troika, e dunque intende rimanere all’interno di una logica ben precisa, che è quella di sedere al tavolo assieme al proprio nemico.

Il risultato del referendum di domenica scorsa gli avrebbe permesso di poter prendere delle posizioni ben più forti di quelle che sta sostenendo in questi giorni, e invece ha optato, almeno per il momento, per portare avanti il tentativo di rinegoziare le condizioni della schiavitù del popolo greco. Ma senza spezzare le catene.

Si saprà di più entro domenica prossima (almeno per il momento è questa la “scadenza”) ma se si fa caso alle varie dichiarazioni che arrivano da una parte e dall’altra, appare quasi che il referendum popolare non sia stato proprio effettuato: da una parte la minaccia della Grexit e dunque l’imposizione di “piani credibili” onde poter far rientrare i creditori, dall’altra le proposte, sebbene differenti rispetto a quelle originarie, che comunque devono ancora arrivare sul tavolo per poter essere discusse. Uno scenario praticamente identico a quello che c’era un mese addietro, o un anno. O cinque anni. Discussione sui dettagli.

Si tratta pur sempre di un momento di passaggio, bisogna rammentarlo, visto che queste nuove proposte da parte di Tsipras devono ancora arrivare sul tavolo delle varie commissioni della Troika e dunque nello specifico c’è poco da analizzare. Ma il quadro di riferimento generale è già molto indicativo.

Le stesse dimissioni di Varoufakis non sono state un buon segnale, e per le motivazioni stesse addotte a tale scelta: evitare di intralciare il premier greco nelle nuove fasi di contrattazione. Quando invece, Varoufakis, avrebbe in questo caso dovuto svolgere il ruolo primario, forte del successo referendario.

Per qualunque potrà essere l’accordo, se di “accordo” si tratterà, il giudizio complessivo non potrà che essere negativo. Tsipras mira - a quanto pare - a spuntare condizioni migliori per la restituzione del debito. Una sorta di rivolta carceraria per ottenere quei dieci minuti d’aria in più al giorno per ogni detenuto e magari aumentare una zolletta di zucchero nel rancio del mattino. Ma la “reclusione” non è in discussione.

Vogliamo sia chiaro anche un altro punto: le norme che sembrano attualmente allo studio dal governo Tsipras, come ad esempio gli interventi sulle pensioni baby e la riforma del fisco, non sono sbagliate in senso assoluto. Anzi, possono anche essere comprensibili e da sottoscrivere, nell’ambito di intervento, e dunque di decisione politica, di un Paese autenticamente sovrano. Ogni popolo che si autogoverna, anche mediante i propri rappresentanti, può autonomamente decidere di fare interventi sulla gestione della propria cosa pubblica. Il punto è che tali, o altri, interventi, in questo momento devono purtroppo essere letti come espedienti per poter continuare a pagare un debito illegittimo che i greci dovrebbero invece ripudiare. Ecco perché si tratta di operazioni del tutto inutili. Quel debito, per sua stessa natura, non può essere estinto. Non deve essere estinto, secondo i desiderata dei piani alti, ma deve continuare all’infinito. Altrimenti come tenere sotto scacco i popoli e le nazioni? E dunque, qualsiasi siano e saranno le misure adottate, concertate, discusse, approvate, se Tsipras farà rimanere la Grecia all’interno della stessa logica non vi sarà alcun cambiamento. Ma un semplice procrastinare il tempo per le torture economiche e sociali che il popolo greco continuerà a subire.

E dunque? Grande pericolo, come avvertimmo lunedì scorso su queste stesse pagine. Pericolo di far cadere nel nulla, anzi di rendere controproducente, il momento potenzialmente davvero catartico che si era invece innescato con il referendum.

Al solito, come monito per tutti gli altri. E una ennesima conferma, ove ce ne fosse bisogno, che nella situazione attuale non vi è spazio alcuno per una soluzione autenticamente politica. Riprendersi la sovranità non passa, non può passare, da una azione governativa. I governi sono troppo dipendenti, sono troppo espressione stessa, delle sfere più alte cui devono rispondere. Allo stato attuale delle cose, della diffusione di questo cancro speculativo, azioni di tipo referendario sono inutili. 

Valerio Lo Monaco

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