È inutile, siamo spacciati

A livello globale, non c'è verso. Verrebbe quasi di dar ragione a Paolo Barnard - il che è tutto dire - quando "ritira" la firma da alcuni siti internet, oppure se la prende in modo sgangherato con vari "lettori" e "commentatori" dei suoi articoli on-line che non capiscono un accidente di ciò che ha scritto e però non si esimono dall'imbrattare i forum e gli spazi dei commenti con qualsiasi cosa. La prima che gli passi in mente.

Il caso è odierno, e mi riguarda da vicino. Uno degli ultimi articoli scritti per questo giornale ha avuto un discreto successo in termini di diffusione su internet (qui l'articolo in questione). Accade così, spesso, quando lascio la terza persona e scrivo qualcosa in prima. Quando cioè racconto, a beneficio di descrizione del tema generale, alcuni aspetti più personali. Ebbene, ripreso il pezzo da vari siti e social networks, è stato commentato in vari luoghi. Impossibile seguirli tutti, figuriamoci rispondere a tono, caso per caso. Non solo per una questione di tempo da accordare all'operazione, quanto per l'assoluta inutilità del farlo, nella maggior parte dei casi.

Sostenendo la decrescita, e il fatto che 30 anni addietro vivessimo in realtà più sereni, mi sono preso del radical chic, del figlio di papà, del servo del sistema e addirittura delberlusconiano. Inutile entrare nei dettagli, anche perché di dettagli, in merito a tali definizioni, non ve ne sono. Non è che in quei casi si sia sostenuta una tesi e quindi pronunciata una affermazione: si è passati direttamente alla sentenza. Come si fa a commentare una sentenza non suffragata dal benché minimo ragionamento? Impossibile. E inutile, in fin dei conti.

A me interessano solo rapporti tra miei pari. Intendo tra persone che ragionano, magari sono in disaccordo, ma con le quali, insomma, è possibile instaurare una dialogo.

E ancora di più è impossibile (oltre che inutile) rispondere a chi dimostra di non aver capito una sola parola di quanto letto (ma lo avranno poi letto sul serio, il pezzo?). Ora, nella comunicazione, vige di solito una regola generale: se chi legge non capisce significa che hai sbagliato tu che hai scritto. E la cosa è vera, almeno sino a un certo punto.

Questo punto è però quello della comprensione minima di un periodo scritto, semplice semplice. Si può anche cercare di scrivere e spiegare al meglio le proprie tesi, ma se ci si imbatte in analfabeti non è certo possibile fare tentativi di sorta.

I "lettori" che hanno pubblicato alcuni commenti non sono stati in grado neanche di comprendere il mio cognome (qualcuno scrive "del monaco", qualcun altro semplicemente"monaco", qualcuno ancora "la monaca"), figuriamoci un articolo intero. E naturalmente non mi interessa nulla, dal punto di vista personale, riguardo a sentenze buttate lì dal primo che passa.

Ma la cosa è più seria: ha senso ancora tentare di comunicare ai sordi? 

Abbiamo scritto spesso, e ne siamo profondamente convinti, che qualsiasi tipo di reazione, che abbia la speranza di condurre in un posto migliore del precedente, non può che passare da una evoluzione culturale. Se non sai almeno un minimo non capisci cosa è un pelo - solo un pelo - più complesso, e non puoi pensare di fare alcuna operazione per cambiare la situazione. Ma qui, in tanti casi, siamo ancora molto più indietro del pur complesso aspetto culturale. Qui siamo ancora nella fase della comprensione della parola scritta, della grammatica, della punteggiatura. Della pura e semplice logica. Del capire che a tesi, dopo che la si è compresa, si può rispondere con una antitesi, e che alla fine è necessario fare una sintesi, semmai. Poi, per carità, può anche arrivare una "sentenza" - della quale si deve essere in grado di accettare poi una reazione..., però, se solo ci si trovasse davanti al soggetto. Ma insomma, che cosa vuoi rispondere a chi non ha capito una sola frase di quelle che hai scritto, non riesce neanche a memorizzare un cognome, risponde in modo sgrammaticato sentenziando una offesa senza lo straccio di una spiegazione delle propria posizione?

Ha ancora senso, sul serio, cercare di interloquire con questi soggetti?

Ha ancora senso - penso sempre più spesso - anche solo sperare in una reazione generale che possa portare, oltre che al rovesciamento dell'esistente, a qualcosa di migliore rispetto a ora?

Inutile insistere: non mi stancherò mai di segnalare a tutti di leggere, rileggere e poi rileggere ancora un articolo di Federico Zamboni pubblicato sul Ribelle ormai tanti anni addietro: "Non capisco, però intervengo" (qui). E non c'è veramente bisogno di aggiungere altro.

Valerio Lo Monaco

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