Intervista ad Alain de Benoist

Ci sono riuscito. Ho intervistato uno dei più grandi intellettuali viventi. Uno di quelli che non hanno accesso facilmente ai media di massa (e da queste parti ne sappiamo qualcosa, visto che Massimo Fini stesso ha dovuto farsi una “sua” rivista per poter raggiungere un pubblico più vasto). È uno degli intellettuali che mi hanno cambiato la vita. È uno di quelli per i quali prenderei a schiaffi tutti gli imbecilli che non lo hanno letto ma si arrogano la possibilità di criticarlo. Che magari hanno letto qualche notiziola su wikipedia, o qualcuno dei tantissimi articoli di delegittimazione che gli sono stati vergati contro. Sistema conosciuto: non si ha capacità di sostenere un dibattito razionale, colto e corretto - di pari livello - e quindi, indegnamente, lo si delegittima e gli si lanciano anatemi contro.

 Ecco, semmai ce ne fosse bisogno, tutte le campagne di delegittimazione che ha ricevuto e tutto l’ostracismo che gli costruiscono attorno costantemente, confermano la bontà e la superiorità del suo pensiero.

Nella vita tutto ciò che ho imparato lo ho potuto imparare lontano dalla scuola e dalla aule universitarie, anzi malgrado la scuola e l’università. Due obiettivi avevo nella vita: entrare in relazione, conoscere, intervistare e collaborare con due autentici ribelli del pensiero. 

Con Massimo Fini dirigo la rivista. Ora ho conosciuto anche Alain de Benoist. Con una straordinaria intervista realizzata a Parigi, a casa sua, lo scorso fine settimana.

A parte otto minuti di panico tecnologico, le quasi due ore di intervista sono state perfette. Merito anche di tutta la troupe - sarebbe meglio dire i miei sodali - che mi ero portato dietro nella capitale francese. Dei quali sono orgoglioso. 

Emozionatissimo, mentre de Benoist parlava e rispondeva alle mie domande, ho trattenuto a stento le lacrime in almeno un paio di circostanze. Le sue parole, le sue idee, le sue intuizioni e il suo modo di esporre (e di vivere) sono un balsamo per i cuori inquieti di questo mondo.

Se dovessi fare un parallelo sintetico tra Massimo Fini e Alain de Benoist direi che il secondo, il suo lavoro almeno, ha natura profonda fino a entrare negli abissi nella conoscenza ed estirpare il cancro dei luoghi comuni, delle verità non dimostrate. Fino a svolgere su un tavolo, con naturalezza, tutta la complessità di temi altrimenti inavvicinabili. Con logica e razionalità. In qualche caso, con poesia.

Massimo invece è un visionario. In anticipo sui tempi, con lucidità veggente, tutto quello che ha scritto con largo anticipo si è avverato. Tutte le domande poste, alle quali nessuno o quasi ha dato risposta, sono venute al pettine inesorabilmente.

Il resto è fuffa. Perdita di tempo. 

 

PS Pubblicheremo presto l’intervista su La Voce del Ribelle. In formato testo (almeno una parte) e in formato video (integralmente). Ma varrebbe la pena scriverci un libro. Chissà.

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