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Come Commettere Un Omicidio, Non Chiamarlo Tale e Non Andare In Galera. Ma Soprattutto: Come Cambiare la Società un Pezzo alla Volta

Allora, se siete così onesti intellettualmente, eliminate i pre-concetti, i pre-giudizi e siete depurati da tutto il chiasso (Information Overload di Discriminazione Aprioristica e Strumentale delle Idee e delle Opinioni) che appare sugli organi del Main Stream Media, allora sono sicuro di potervi esprimere cosa penso in merito all’argomento senza il rischio di essere frainteso. L’argomento è quello dell’aborto e della legge 194.

Prima cosa, fondamentale: non posso avere voce in capitolo - per la cosa in sé dal punto di vista fisico-psicologico-emotivo - né intendo tentare di averla, in quanto sono uomo, non posso né potrò mai portare avanti una gravidanza in vita mia (a meno di mostruose faccende di eugenetica sulle quali purtroppo si stanno facendo passi da gigante e delle quali comunque non intendo avvalermi qualora fosse possibile avvalersene) e dunque non voglio arrogarmi il diritto di sentenziare su cose che naturalmente sono molto distanti dalla mia natura di uomo (e molto vicine, sotto certi aspetti inimmaginabili per un un uomo, alla donna).

Seconda cosa: non sono cattolico. Non vado né credo alla Chiesa. Non per questo strumentalmente dico che essa non debba esprimere una sua opinione ma certamente affermo la laicità di uno Stato e delle decisioni che democraticamente si devono prendere su argomenti così importanti. Perché importanti anche oltre il fatto in sé, cose del genere, lo sono per la società intera, eccome.

Terza cosa: sono religioso, sì. Di una religione tutta personale, molto limitata in merito in quanto a dogmi ma - mi pare - parecchio sconfinata in merito al senso che do alle cose. Più che di religione è il caso di parlare di  spiritualità, nel senso che credo ci sia altro oltre alla materia (alle cose materiali). Professo assoluta libertà personale all’interno della singola vita di ognuno di noi (figuriamoci, provengo dal paganesimo celtico…) con due paletti ben precisi però: ovvero le due cose che trascendono la nostra natura di esseri viventi e mortali. I limiti oltre i quali intendo non andare sono quelli della vita e della morte. Ovvero gli estremi della nostra esistenza. Quelli che delimitano un prima e un dopo di cui non sappiamo nulla. Ecco, questi limiti, secondo me, non vanno toccati. Non per motivi religiosi - ribadisco - quanto perché nel momento in cui ci si arroga il diritto di valicarli, si entra in un ambito che, per sua natura, è disumano. Oltre noi, oltre ciò che siamo, oltre ciò che possiamo solo immaginare. Ecco, io, oltre i miei limiti naturali, non intendo andare né credo si debba andare sia per quanto riguarda la mia, di vita, sia per quanto riguarda quella degli altri.

Quarta e ultima cosa: l’argomento dell’aborto né porta con sé molti altri, soprattutto come viene trattato questo argomento. Dunque parlare di questo significa in realtà parlare di tante altre cose a esso legate. Su questo aspetto sono un fondamentalista: chi non riconosce questa cosa non può partecipare al tavolo dello scambio di opinioni (almeno al mio tavolo). Nel senso che se legittimate me a parteciparvi ebbene io legittimo i miei interlocutori a farlo. Ma la legittimazione ha delle regole. La mia è quella di non perdere tempo con chi disonestamente non riconosce questa cosa.

Pertanto il punto non si può e non si deve risolvere nel “la cosa è mia dunque faccio il cazzo che mi pare”.  

E ora dritti al punto: l’aborto è un omicio legalizzato.

E qui mi fermo - sul punto in sé che è di una chiarezza sconcertante -  non perché non voglia entrare nella diatriba della decisione che spetta alla donna e a lei sola; oppure nell’affaire (mai parola fu più adatta) di tutto quello che ruota attorno al mercato degli aborti, alle difficoltà delle donne che vivono nei paesi in cui ciò non è permesso; alle dinamiche legate alla diatriba di aborto terapeutico quando lo è quando non lo è; oppure alla selezione dell’embrione eccetera. Su questo c’è già tanta letteratura (e anche tanta carta straccia) in merito. Ognuno, che non sia accecato dalla disonestà intellettuale, almeno con se stesso facendosi un po’ di cultura in merito può facilmente farsi una opinione e - almeno nel suo intimo - dare un sincero giudizio sulla cosa.

A me interessano altri tre aspetti. Il primo è il fatto in sé. Il secondo - pietoso - è il tentativo di tanti di mistificare la cosa per renderla meno gravosa e dunque accettabile come cosa normale - come conquista! - come cosa, appunto “comune”. Ipocrisia assoluta che denota ipso facto la caratura stessa della persona, sia morale sia culturale. E in questo c’è tutto. Il terzo aspetto - più importante e del quale veramente mi interessa  - è come questa discriminazione ipocrita incida nella società nella quale vivo - e su questa sì, mi esprimo direttamente e con piena liceità. 

Già tempo fa ebbi modo di parlarne con una esperta di bioetica nel corso di un accesissimo dibattito pubblico seguente a una rappresentazione teatrale che voleva mettere il dito nella piaga.
Lo spettacolo aveva un clamoroso errore concettuale, commesso il quale si dimostravano esattamente le cose che avrei detto dopo, nel dibattito. Lo spettacolo aveva la caratteristica (non voluta) di invertire esattamente il risultato che autrice dello spettacolo e organizzatori del dibattito volevano ottenere (invitando me a fare la parte del leone sbranato…). Per inciso: al dibattito, per evitare di alzare oltre modo i toni,  non feci notare tale errore (di cui però vi dirò alla fine) ma sostenni invece in altro modo le mie opinioni.   

L’omicidio legalizzato, dicevo.

Interruzione di gravidanza. Dunque interruzione di vita. Dunque omicidio.

Che la legge 194 rende legale e non perseguibile. Punto. Un referendum ha deciso così, la scelta rimane comunque alla donna, ed è giusto che sia lei a decidere se fare questa cosa o meno.

Chiaro? Chiaro come la penso? La 194 non si tocca. È una legge che legalizza un omicidio ma - ribadisco: ma - non si deve toccare.
Insomma, deve decidere la donna se compiere l’omicidio o no.  

Eppure non è questo il punto. Né io voglio fare moralismi vari su una scelta che non mi troverò mai a dover fare (per fortuna) e che spetta giustamente alla donna essendo l’unica, sulla faccia della Terra, ad avere l’onore di generare un figlio dal proprio ventre. Onore al quale è legato ovviamente anche l’onere di farlo. Che implica, talvolta, una scelta del genere.

Tutta la mia rabbia (e il mio interesse alla cosa) deriva da un altro aspetto, ovvero dal fatto che la nostra società, ipocritamente, tenti in tutte le maniere di far sembrare la cosa non per quello che è - un omicidio - ma per tutto quello che invece può rendere la cosa più accettabile, normale, e con significato inferiore a quello che invece realmente ha. Ecco, è questa la cosa contro la quale mi scaglio.  

In sostanza: detesto che un atto del genere possa essere trattato come cosa qualunque. Detesto che si utilizzino termini impropri, edulcorati, politicamente corretti per dare un tono diverso alla gravità inaudita di un atto del genere. Beninteso: nessuna caccia alle streghe. Non che si debba fare il contrario, ovvero condannare verbalmente l’atto in sé per il solo motivo di istigare flagelli alla donna che - suo malgrado, spesso - si trova a compierlo.

Il punto è diverso, e non riguarda la donna che accidentalmente (…) si trova a dover compiere la cosa.

Riguarda la società in cui viviamo, la percezione delle cose, il giusto spazio in un cosmo di valori che deve - deve - esserci.  Perché nel momento in cui si cambiano i termini per definire una cosa del genere, nel momento in cui media, politici, intellettuali e senso comune iniziano a mistificare una cosa del genere, nel momento in cui nell’immaginario collettivo si estende un concetto normalizzante per un atto che normale non è, significa che la società è alla deriva. E questo, per chiuque abbia a cuore le sorti della società nella quale vive, per chiunque non sia egoisticamente concentrato unicamente sul proprio ombelico, ipocritamente strumentale per gestire i propri bisogni, desideri e necessità al di là di qualunque altro valore che non sia il soddisfacimento dei propri capricci, o problemi, o drammi, ecco, chiunque abbia un respiro più alto dei propri pensieri e si senta almeno parte del tutto come organismo comune, è cosa fondamentale.

Della cosa si deve parlare. Se ne deve fare battaglia culturale e sociale molto più di quanto non la si faccia adesso. Perché un atto personale - quando così diffuso - diventa necessariamente un atto che ha ripercussioni sulla società intera. Dunque non si deve trattare ogni singolo caso in sé, che è cosa privata, spesso dolorosissima, e sulla quale nessuno può e deve interferire. Ma l’argomento in sé, la percezione che se ne ha e che se ne fa avere alla società, insomma la discussione culturale intorno all’argomento, non può essere taciuta.

Almeno in una società che voglia dirsi culturale oltre che materiale. Umana oltre che animale. 

 

PS. Lo spettacolo parlava di selezione dell’embrione, e sosteneva (tentava di sostenere) che l’embrione stesso, quello malato, tra i quattro, avrebbe desiderato esso stesso di non essere messo al mondo. L’autrice e attrice dello spettacolo - peraltro spettacolo godibilissimo e ben fatto - era una ragazza fortemente disabile. Fortemente. Se in passato fosse stato come lei tentava di descrivere (e convincere) all’interno dello spettacolo stesso, lei non avrebbe potuto scrivere e recitare quello spettacolo. Lei stessa non sarebbe stata fatta nascere.

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