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Disservizi (piccolo caso personale)

Pubblicato su Linea del 15/03/2006

Non è certamente superfluo - in un momento nel quale le sorti del Paese sembrano ormai ancorate a una tecnica di ripresa televisiva piuttosto che a un’altra e all’opportunità di rivolgere o meno una domanda giornalistica in occasione di pilotati confronti televisivi tra i contendenti alle elezioni Politiche del 2006 - tornare a parlare dei problemi reali dell’Italia vera, di quella che paga le tasse per dei servizi che non gli vengono erogati e che si trova a combattere quotidianamente con i problemi che uno Stato davvero tale dovrebbe quanto meno aiutare a risolvere.
In questa circostanza, inoltre, come non accade ormai troppo spesso, vogliamo raccontare la fredda cronaca di un evento occorso personalmente a chi scrive, come paradigma di una situazione certamente più estesa e a beneficio di quanti, sulle colonne di questo giornale, sono già abituati a ragionare con la giusta “chiave di lettura” su quanto avviene ormai comunemente nel nostro Paese.
Il 30 giugno del 2004, in seguito a degli accertamenti radiologici presso il pronto soccorso di un ospedale della capitale dopo un grave incidente stradale, viene riscontrata alla signora Lia Castelli una massa sospetta al polmone sinistro. Massa di cui non si conosce l’entità ma per la quale la signora Castelli viene ricoverata onde poter effettuare gli accertamenti del caso. Nei giorni frenetici seguenti a tale scoperta - giorni comprensibilmente ansiosi se non proprio terrorizzanti - e in attesa di verificare l’eventualità sospettata dai medici nei confronti di un possibile cancro al polmone, all’interno della struttura sanitaria pubblica si verificano, in sequenza, la rottura dell’apparecchiatura necessaria all’agobiopsia utile all’accertamento dell’entità della massa, la partenza del primario del reparto e l’attesa di un componente per ripristinare il funzionamento di un altro macchinario necessario a un altro tipo di valutazione. Nello specifico: la Tac.
Dopo quindici giorni di attesa febbrile all’interno del reparto, i figli della signora Castelli decidono di intervenire privatamente, quanto meno per arrivare alla diagnosi tempestiva (e indispensabile, in questi casi, per poter avere speranze di intervenire) di un male che si preannuncia, ove confermato, di violenza definitiva.
Il trasferimento presso un istituto privato avviene non senza la difficoltà di entrare in possesso della cartella clinica già esistente che il primario del reparto prima non intende consegnare e in secondo luogo, dopo accese discussioni durate due giorni di “piantonamento” presso il reparto, finalmente fa pervenire – da terze mani – in possesso dei figli.
All’interno della struttura privata e dietro cospicuo pagamento, nell’arco di ventiquattro ore si arriva alla diagnosi: la signora Castelli è affetta da un microcitoma al polmone, vale a dire una delle forme più violente di tumore a piccole cellule. Un tumore, tanto per intenderci, di quelli per il quale non vi è una cura, ma unicamente un protocollo internazionale, di tipo chirurgico e farmacologico, per rallentarne la crescita e allungare i tempi di sopravvivenza.
La signora Castelli, quindi, viene sottoposta il giorno successivo all’asportazione dell’apicale del polmone sinistro ove risiede il grosso della massa tumorale e quindi inizia, dopo i tempi lunghi di recupero da una operazione di tale invasività e complessità, i trattamenti radio e chemioterapici con tutto quello che ne consegue.
Il giorno 31/03/2005, visto l’aggravarsi inesorabile della malattia e la necessaria assistenza di tipo medico domiciliare, i familiari della signora Castelli presentano domanda alla Commissione per l’Accertamento dell’Handicap al Dipartimento di Medicina Legale della Asl di Roma e il 04/05/2005, vale a dire a poco meno di un anno dalla diagnosi originaria e dopo l’estensione inevitabile del male con metastasi in varie parti del corpo, finalmente si riunisce la Commissione per la visita che delibera, il 22 dicembre seguente dello scorso anno – vale a dire a oltre sei mesi dalla visita – la forma di “handicap grave”, secondo l’art 3 comma 3 delle Legge 104/1992 e definisce il caso rivedibile in due anni.

Per comprendere la gravità della distanza temporale fra la richiesta dei familiari e la delibera (oltre che la “rivedibilità” a due anni), è necessario sottolineare che il microcitoma polmonare, allo stadio nel quale è stato scoperto alla signora Castelli, prevede delle aspettative di vita media, nel 95 per cento dei casi, vale a dire praticamente in tutti, di un arco temporale compreso tra 9 e 14 mesi.

Le probabilità che la signora Castelli fosse ancora in vita al momento della delibera erano, pertanto, pressoché nulle.
I familiari ricevono inoltre, in data recente del 13 febbraio dell’anno in corso, un documento del Ministero dell’Economia nel quale, in seguito alla “esistenza dei presupposti” viene fissata, alla data 20 marzo 2006 alle ore 15, ovvero proprio in questi giorni, la visita medica diretta della signora Castelli per accertare le condizioni di salute al fine di fissare gli eventuali aiuti di carattere sanitario e assistenziale.

La signora Lia Castelli, mia madre, nata a Piacenza il 02/06/1939, è deceduta il 14 settembre di sei mesi fa dalla data odierna, tre mesi prima della delibera del 22 dicembre 2005 nel quale si procedeva all’iter burocratico che sarebbe poi sfociato nella convocazione del 20 marzo dell’anno in corso per l’accertamento e la eventuale concessione dell’assistenza sanitaria.

Valerio Lo Monaco

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