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Il riccio e le spine

Definirsi un riccio presuppone alcune cose, credo. Innanzitutto la presenza di un contenuto, in secondo luogo il fatto di doverlo proteggere.
Entrambe suggeriscono alcune riflessioni: la crescita delle spine è endogena o esogena? Ovvero: fa parte del proprio Dna oppure è una caratteristica sviluppatasi nel tempo?

La cosa è diversa. Molto.
Perché nel primo caso può essere una caratteristica affatto necessaria – semplicemente “data” – mentre nel secondo caso aumenta notevolmente il fascino dell’intrusione. E testimonia un tentativo – almeno uno – nel quale nel passato si è subito un attacco si è sentita in seguito la necessità di proteggersi.

Il divieto che incutono le spine porta i livelli del desiderio a valori difficilmente controllabili. E i divieti, si sa, sono fatti per essere trasgrediti.
Insomma: il contenuto attrae anche se non lo si conosce (o forse proprio per questo) mentre le spine respingono.

Ragione vuole tenersi alla larga. Istinto vuole penetrare quel contenuto.

Ognuno sceglie (cioè, crede di poter scegliere…) se seguire il primo oppure il secondo. Rinunciare al rischio di pungersi vuol dire rinunciare a conoscere il contenuto.

Ma rinunciare a mettersi in gioco e rischiare vuol dire rinunciare a vivere.

Eppure, di conseguenza, il punto è – anche - un altro.

È difendersi, forse, già un modo di rinunciare esso stesso?

O meglio: perché difendere il contenuto? Ciò che si dà di sé stessi rimane comunque, per sempre, proprio.

In altre parole: difendersi vuol dire anche escludersi.

Ma che fascino, però…

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