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L'infinito

Senza dei limiti non potremmo esistere. E senza un limite non potremmo trascendere né avere la voglia di farlo.
Sono i limiti che danno la misura e la definizione di noi stessi. E sono gli stessi limiti che ci suscitano la voglia di andare oltre.
Se non potessimo definire un limite, se non avessimo coscienza della nostra finitezza, a nulla varrebbe muoversi in alcuna direzione e tanto meno nessuna spinta sarebbe suscitata in noi nel farlo.
Non si può ragionare in termini di quantità per definire l’infinito, perché qualunque cosa, anche l’infinito, può esistere solo in funzione di limiti e confini che lo determinano e lo rendono nominabile, rappresentabile, anche solo metaforicamente.
Se infinito è assenza di limiti, infatti, cosa potrebbe distinguere un punto infinitamente piccolo da uno spazio infinitamente grande? Se l’infinito è assenza di ostacoli, cioè di spazio/tempo/materia/quantità, è allora impossibile quantificarlo né raggiungerlo attraverso delle cose materiali, poiché se si stabilisce un punto di partenza per raggiungere l’infinito allora decade irrimediabilmente anche il concetto di infinito stesso. Perché assurdo sarebbe concepire un inizio senza fine, e viceversa.
Non è dunque il materiale cui dobbiamo cercare di giungere quando guardiamo avanti a noi e vogliamo sondare gli aspetti più grandi che ci affascinano. Ma v’è bisogno di un ulteriore salto di qualità rispetto alla quarta dimensione.
Lo spazio, il tempo e qualunque cosa quantificabile è tale ed esiste solo in funzione dei suoi stessi limiti. Senza di essi perde irrimediabilmente i suoi attributi.
È dalla quantità, dal materialismo, che ci si deve distaccare pertanto, in ogni senso, per giungere nei dintorni dell’inquantificabile, dell’indefinibile, dell’infinito.
La battaglia è dunque quella di trascendere l’indefinito (e non l’infinito), poiché solo l’indefinito – in quanto assenza di limiti – offre la suggestione di potersi muovere.
Raccoglierci attorno a noi stessi e scendere al nostro interno per richiamare tutte le energie disponibili a quindi sprigionarci trascendendo. Questa l’essenza del viaggio nella dimensione ulteriore del tempo che ci è concesso.
I sentimenti, le emozioni, le suggestioni suscitate dalle opere d’arte sono aspetti che si avvicinano maggiormente all’esigenza che stiamo cercando di mettere a fuoco.
Un amore non è quantificabile. Le espressioni estreme che si possono usare per definire il massimo del quantificabile per un sentimento di questo tipo sono poche, e si allacciano alle cose ultime della nostra esistenza. Si può amare da morire e amare più della nostra stessa vita. Cioè amare più di quanto si è in grado di misurare. Una madre che ha un figlio lo ama. Ma nel momento in cui nasce il secondo figlio non è che l’amore di cui è capace si divide per due. Semplicemente ama di più. Indefinitamente.
Beethoven rappresentò l’infinito attraverso il silenzio seguito da un suono lontanissimo che diviene via via più forte, fino ad assordare e infine scomparire in lontananza.
La trascendenza, la trasformazione, l’atto di divenire qualcosa di nuovo rispetto a ciò che si era è dunque la meta cui l’uomo può tendere e deve fare per migliorare. È l’atto che dà l’esistenza e la rende manifesta.
Oltre all’essere e all’avere, cambiare creare e trascendere necessitano del fare.
Numa Pompilio, il secondo dei sette Re di Roma, inventò il calendario nel mondo sino ad allora conosciuto: attraverso la consapevolezza della finitezza dell’esistenza personale, l’uomo avrebbe preso coscienza di uno spazio finito nel quale muoversi. Nel quale poter tentare di migliorarsi, di andare oltre.
E proprio la leggenda personale di Numa identifica l’esatta dimensione della finitezza e della possibilità di trascendere. L’anziano e bianco Numa visse una storia d’amore con la Ninfa Egeria, nel bosco delle Camelie, alle porte di Roma. Le Ninfe vivevano molto più a lungo degli uomini, e quando Numa morì, si tramanda per una dolce morte, la Ninfa Egeria gli sopravvisse e si ritirò nel bosco a piangere la sua scomparsa. E pianse tanto e tanto a lungo che la luna Diana, impietosita, la trasformò in fonte. Oggi, chi beve l’acqua della fonte Egeria, ricorda le lacrime della Ninfa che piange ancora la morte di Numa.
La trascendenza è dunque l’atto più alto per superare i propri limiti. Che si tratti di creare qualcosa che possa andare oltre di noi, oppure che viva in altri per noi, trascendere sé stessi è da sempre l’aspirazione più alta e allo stesso tempo intima degli uomini.
Le trascendenze possibili sono pertanto quelle offerte dalla creazione. Si trascende attraverso un’opera d’arte. Si trascende creando e dando vita a un figlio. Oppure lasciando un messaggio all’interno degli altri. Che vada oltre noi stessi, che siamo, di fatto, l’unico e vero limite conosciuto.
E tutto questo non sarebbe possibile, non avremmo spinta a farlo, se non sapessimo che abbiamo dei limiti entro cui doverlo e poterlo fare.
Anche chi non sopporta i limiti in realtà è a quelli che tende. Si tende a raggiungere i propri limiti per conoscerli. E quindi per superarli. Chi non li cerca è un pavido. Chi si ostina a non considerarli è un illuso. La sua non è vita, ma trapasso sterile nel tempo che gli è concesso.
Chi si ferma davanti ai propri limiti è un accorto preservatore nella speranza di allungare il tempo del loro raggiungimento, chi tende a superarli un folle.
Eppure il mondo non sarebbe andato avanti se non ci fossero stati quei folli che misero un passo oltre il limite senza sapere se avrebbero avuto lo spazio per mettere il successivo.
La vita, oltre che preservata, chiede disperatamente anche di essere vissuta.

Pubblicato su PelleNoLeather di Maggio

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