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La Soddisfazione


La soddisfazione è collegata al desiderio come Thanatos a Eros.
Chi non desidera non può essere soddisfatto. Allo stesso tempo chi si ritiene soddisfatto deve sperare solo di poter desiderare ancora, altro. Sempre altro. Di più.
Dannati i soddisfatti dunque, che scambiano la stabilità di una vita soddisfacente per la staticità della calma apparente. Pura geometria del nulla.
Tutto parte quindi dal desiderio. Per i più fortunati dalla passione. Avere passione significa infatti patire l’altro. Oppure patire il raggiungimento di una cosa, uno stato d’animo, un’emozione. E non v’è perversione più dolce.
Il vero desiderio è pertanto la fiamma che spinge oltre il limite. Poiché il raggiungimento di qualche cosa è sempre e comunque spingersi oltre un limite che inizialmente ci è precluso.
È lo spirito di trasgressione la molla che fa scattare il desiderio. Superare il divieto, l’ostacolo che impedisce il raggiungimento dell’oggetto, dello stato d’animo, della persona o del suo corpo.
E la trasgressione stessa ha bisogno del divieto, non può rinnegarlo, non lo rimuove, poiché gli è indispensabile. Perché ha bisogno di superarlo.
Dalla vittoria di una delle due componenti si manifesta la soddisfazione oppure la frustrazione.
La trasgressione attrae, il divieto respinge.
Dal dominio di uno dei due scaturiscono due tipi di percorso. C’è chi ricerca orizzontalmente e chi verticalmente.
La soddisfazione orizzontale è quella che non supera il limite del desiderio. Quella che si accontenta di rimanere in acque tranquille. Quella che non osa e si autoconvince.
La soddisfazione verticale è quella che tende in alto, oltre, a superare il limite. Anche se ogni viaggio si intraprende necessariamente per tornare, non per arrivare.
E non è vero che chi si accontenta gode. Chi si autoconvince sopravvive, non altro. Anche se non è detto che sia una pratica sbagliata. La vita però, oltre che preservata, chiede disperatamente anche di essere vissuta. Il che comporta dei rischi. Affascinanti. Oltre al rischio di essere soddisfatti.
Vivere è desiderare, checché ne dica il Buddha. Il regno del non desiderio non è di questo mondo. Desiderare e cercare soddisfazione è umano, troppo umano, per parafrasare Nietzsche. E umani siamo, non altro: guardare e non toccare, o imporsi di non desiderare, sono esperimenti per asceti oppure per tenere a freno le pulsioni naturali dell’uomo attraverso comandamenti di natura religiosa o sociale. Che poco hanno a che fare con la natura stessa dell’uomo.
Per l’intima soddisfazione bisogna parlare invece di vera e propria sua cultura, cosa che miscela il sacro con il profano, la fisica con la metafisica. Perché cultura è l’unione di coltivazione e culto. Di terra e cielo.
Andare oltre il limite, desiderare, significa pertanto mirare alle stelle: de-sidera. Enche se talvolta si finisce all’inferno.
Il risultato può essere inverso, fato e caso ne implicano immancabilmente il verdetto. Ma in ogni caso è vivere anziché sopravvivere.
Eppure il desiderio bisogna sperare che non conduca mai alla soddisfazione piena. Eros non deve mai arrivare a totale compimento, pena la sua ineluttabile morte.
Possiamo morire di desiderio oppure far morire il desiderio stesso realizzandolo ed essendone soddisfatti, de facto esaurendolo, eliminandolo.
Generalmente al bruciare noi stessi per il desiderio preferiamo far morire il desiderio medesimo raggiungendolo e annientandolo. È umano.
C’è chi è soddisfatto di una bistecca cruda. Chi di un piatto elaborato. Chi si accontenta di una ventenne acerba. Chi s’innamora di una quarantenne affascinante. Chi è soddisfatto del sesso. Chi invece aspira all’erotismo.
Beato dunque chi non è mai soddisfatto pienamente. Chi ha sempre nuovi limiti da superare. Chi brucia di desiderio come un bosco che arde invece di consumarsi come una candela votiva.
E beato ancora di più chi trova nel viaggio stesso, più che nell’approdo finale, la soddisfazione perenne.
Chi trova soddisfazione nel viaggio è destinato alla felicità.
Ci sono quindi due speranze per chi vuole essere soddisfatto nella propria vita: quella di non raggiungere mai la piena soddisfazione, e poi la capacità, un giorno, di arrivare ad accettare che ciò che di meglio possiamo sperare e desiderare è un’imperfetta salvezza. Una perfetta insoddisfazione.

VLM

(pubblicato su PelleNoLeather di febbraio)

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