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La farlocca ripresa americana (e il crollo di Obama)

La farlocca ripresa americana (e il crollo di Obama)

E dunque la Federal Reserve statunitense ha deciso di terminare (per ora) il suo programma di Quantitative Easing. Non solo: la Fed stessa motiva tale decisione con una dichiarazione pragmatica: siccome il tasso di disoccupazione è diminuito al 5.9%, cioè un decimale al di sotto della soglia fatidica del 6% che non avrebbe permesso di terminare con la stampa di banconote per tamponare la crisi, ora si può “finalmente” uscire dalla politica accomodante.

Il messaggio implicito che si sta comunicando a tutto il mondo - e soprattutto all’Europa ancora alle prese con una fase precedente rispetto a quella Usa, e cioè quella che vuole ancora lacrime e sangue - è che allora la strada seguita dalla Fed e dagli Usa è quella giusta, e dunque la si deve seguire anche da noi.

L’equazione teoricamente fila liscia, almeno a livello mediatico: gli Usa erano in crisi, dunque la Banca Centrale Statunitense ha operato per lunghi anni con il Quantitative Easing ma ora che la ripresa è iniziata, si può tornare alla normalità.

Attenzione alle parole: che gli altri si adeguino, e soprattutto capiscano che la strada intrapresa oltre Oceano è stata quella corretta.

Come stanno realmente le cose? Al solito, in modo molto differente rispetto a quanto comunicato dai media a grande diffusione. Questi ultimi lasciano parlare i dati divulgati dalla stessa Amministrazione statunitense, senza andare molto al di là di essi, prendendoli per buoni, e soprattutto evitando accuratamente di ragionarci sopra. 

Dunque: ciò che viene venduto come l’ennesimo miracolo statunitense si basa in realtà su tre punti. Da una parte il fatto che il Dollaro è ancora - ma non si sa per quanto tempo ancora - valuta di riserva internazionale oltre che la moneta con la quale maggiormente si scambiamo le materie prime. Da un’altra parte il fatto che l’attuale ripresa statunitense si basa su ulteriori bolle gonfiate ad arte proprio dall’intervento della Fed (le vedremo). E dall’altra parte ancora dal fatto che, come sta avvenendo del resto anche in Europa, la crisi è servita agli Stati Uniti per modificare sensibilmente lo scenario sociale del Paese: mercato del lavoro in primis, sul quale infatti è indispensabile ragionare soprattutto alla luce dei dati sulla disoccupazione che vengono veicolati.

In merito al primo aspetto il discorso è stato ampiamente affrontato da questo giornale in innumerevoli circostanze: l’egemonia Usa in merito al Dollaro continua dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi, sebbene le altre potenze economiche del mondo, soprattutto Cina e Russia, ma anche il Giappone e ulteriori raggruppamenti di altri Paesi, come quelli dell’America Latina oppure quelli di influenza indiana, stiano prendendo rapidamente, e soprattutto inesorabilmente, delle contromisure. Eliminando Dollari e iniziando a commerciare attraverso le loro proprie monete. L’obiettivo di tutto il resto del mondo (fatta eccezione per l’Europa, che invece subisce la storia senza muovere un dito) è quella di ridimensionare il ruolo Usa e del Dollaro per svincolarsi via via sempre più definitivamente da un gioco che non regge più da tempo. La disastrosa politica estera dell’Amministrazione Obama (Presidente ormai alla canna del gas…) che ha seguito quella scellerata di Bush, ne sono la conferma: fallimenti in ogni parte del globo terracqueo, dall’Iraq all’Iran, dalla Siria all’Ucraina, passando dall’Afghanistan e dalla Libia. L’egemonia militare Usa è alle corde, e gli altri Paesi non permettono più che ciò che era una superpotenza militare possa fare il bello e il cattivo tempo ovunque nel mondo per rafforzare ulteriormente l’egemonia della propria influenza e del Dollaro. Gli statunitensi se ne stanno rendendo conto, visto che attualmente si muovono praticamente in difesa, o al più arroccandosi su posizioni di (finta) stabilizzazione ovunque, per nascondere il fallimento totale su tutto lo scenario mondiale.

In merito ai dati della ripresa interna, e qui veniamo all’aspetto meramente economico, ben oltre i valori del nuovo massimo storico del Dow Jones e del Pil, quest'ultimo indicato con un quasi +5%, è il caso di soffermarsi, invece, sulle condizioni che ne hanno determinato la salita e soprattutto sugli ambiti attraverso i quali si sta dipanando. 

E allora, un filo, ma proprio un filo, di storia sintetizzata: dopo il crollo dei subprime del 2007 e il salvataggio di alcune Banche la Fed ha operato in due modi. Il primo: taglio drastico dei tassi di interesse. Il secondo, più importante: stampa di banconote con le quali ha inondato i mercati. Facile capire a beneficio di chi, visto che da allora a oggi, a fronte di un 70% di statunitensi che si reputa ancora in crisi nera (in barba ai dati roboanti diffusi, e la bocciatura di Obama nelle mid term ne è una conferma) le Banche salvate a suo tempo non solo sono di nuovo in attivo, ma lo sono con cifre mostruose. Il salvataggio è servito loro non solo per non fallire e per coprire le enormi responsabilità del crollo finanziario ed economico mondiale che stiamo scontando anche qui in Europa, ma soprattutto per arrivare a ottenere un duplice scopo. Da una parte la ripresa dei propri bilanci (e abbiamo visto con quali margini e con quali dividendi per azionisti e manager). Dall’altro lato, cosa ancora più importante e che è in grado di far capire il tutto, la possibilità di rilanciare gli ennesimi bluff, le ennesime bolle, attraverso le quali oggi, appunto, si può parlare e lasciar percepire al mondo che gli Usa sono sulla strada della ripresa.

Non altro che attraverso Banche e finanza, infatti, e attraverso il loro operato creativo e criminoso, si devono leggere i risultati di inversione di alcuni fattori negativi della crisi Usa. Dal 2007 a oggi sono state rigonfiate, come mai prima nella storia, e certamente in misura ancora maggiore che rispetto allo scoppio di anni addietro, delle bolle necessarie proprio a far riprendere il gioco e l’illusione. Sia il settore azionario che quello immobiliare, sia quello relativo ai Bond statunitensi che quello meramente creditizio (con conseguente “caso subprime secondo estratto” alle porte) sono in tutto e per tutto stati ri-creati e ri-gonfiati mediante l’intervento della Fed in combutta con le Banche.

In estrema sintesi: allo sgonfiamento della bolla del 2007 si è scelto di rispondere con la creazione e il gonfiaggio di nuove bolle. In procinto di esplodere, ovviamente.

E veniamo all’occupazione. Il rapporto occupazionale preso come motivazione della decisione della Fed di chiudere il Quantitative Easing ha aspetti quasi comici. Da una parte si dichiara che il tasso di disoccupazione è diminuito al 5.9%, dall’altra parte che il tasso di occupazione è ai minimi da sempre. 

Lo ribadiamo attraverso i numeri: dal 2007 a oggi sono stati “creati” circa 1 milione e 100 mila posti di lavoro (soprattutto mini-jobs da 3/400 Dollari al mese) ma - attenzione - c’è stato un incremento di 13 milioni e 300 mila statunitensi che non lavorano.

Un milione di nuovi lavoratori rispetto a tredici milioni che non lavorano più.

Che succede? Succede che si manipolano i dati. Uno dei criteri più interessanti da andare a vedere per capire come interpretare i dati Usa sulla disoccupazione è il “filtro U3” che viene usato per compilare le cifre: vengono considerati “disoccupati” coloro che sì, hanno perso il lavoro, ma che al tempo stesso ne hanno cercato uno nuovo nelle ultime quattro settimane. E gli altri? Gli altri, considerati - e conteggiati - come scoraggiati, sono, molto semplicemente, tolti dalla statistica. Non solo: questi scoraggiati, cioè queste persone che (nelle ultime quattro settimane) dopo aver perso il lavoro non ne hanno cercato uno, non solo non rientrano nella percentuale dei disoccupati, ma addirittura non vengono più neanche conteggiati nel totale delle “forze lavoro” e pertanto, questo il punto, nella base sulla quale poi viene calcolata la percentuale dei disoccupati.

Sono persone che, dal punto di vista lavorativo, molto semplicemente, non esistono. Cancellati dalle liste, cancellati dalla rilevazione, rimossi persino come semplici numeri.

E allora a questo punto il tutto dovrebbe essere chiaro: la ripresa Usa è una enorme manipolazione, che qui in Europa ci beviamo alla grande tanto dal pensare di doverne imitare le procedure che ne hanno decretato ilsuccesso, e soprattutto una altra cosa: la crisi è tutta ancora qui, davanti a noi. E le cause che l’hanno innescata non sono state rimosse, anzi, sono state perpetrate per far credere alla sua risoluzione. Cosa aspettarsi per il futuro, pertanto, non è più affare solo di cartomanti e visionari, ma lo può capire anche chi è dotato di comune buon senso.

Valerio Lo Monaco

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