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Totti, quello che non si può dire - di Tonino Cagnucci

Solo chi non è di Roma non lo può capire. 

TONINO CAGNUCCI
C’è un limite alla calunnia, all’infamia, alla meschinità, anche per chi non ha coscienza, appartenenza, ideali, sogni o valori. Anche se si volesse fare una guerra. Forse, come si dice c’è un limite a tutto. Sicuramente è stato oltrepassato quello che si traccia quando si (s)parla di Totti. Va bene, cioè no, ma va bene dargli del romano con quell’accezione negativa che mettono gli stronzi e gli ignoranti che la danno.

Va bene, cioè no, per niente, ma va bene dargli dell’ignorante, che poi sarebbe sempre per quegli idioti un corollario del primo postulato: romano, ignorante, cafone, analfabeta, Roma Ladrona la Lega Nord e pure quella Calcio non perdona (e vai con le cinque giornate di squalifica che arrivano ogni tanto da Milano). Va bene, e non va bene per niente, metterlo in croce quando fa i pollici, quando si ciuccia i pollici, quando indica la luna, quando fa la mano a Tudor, la manita alla Lazio, i gol col laser di Goldrake, il battimuro a Radu, le magliette ai laziali che so’ provinciali (vabbè te credo) però no perché pure il telecronista di Al Jazeera le fabbrica (“the king of Rome is not dead”: do you remember?). Va bene pure che quando lui dà un calcio interviene il Presidente della Repubblica, ma se un giocatore della squadra del presidente del consiglio prende a capocciate un signore (si chiama Joe Jordan, lavora nel Tottenham Hotspurs) davanti a tutta Europa nessuno dice niente, così come troppo pochi stanno dicendo niente adesso.
Avrebbero dovuto aprirci. I telegiornali ieri sera e stamattina, e quei giornali da Repubblica delle banane com’è quest’Italia alla frutta, senza dolce e tanto amaro da buttare giù come olio di ricino. Aprire con “Scusate” oppure “Abbiamo dato una lezione di come non si fa giornalismo” anzi “Esattamente è così che si frega la democrazia”. Perché come diceva il Marchese al buon Aronne Piperno “se tu me freghi qui, me freghi dappertutto”. Se tu me freghi con le Tessere del Tifoso, coi titoli su De Rossi e Totti me freghi sulla Finanziaria, sulla politica, sulla guerra.
Ma tutto questo conta meno di niente. Perché c’è un limite a tutto e cioè c’è un limite anche al commento, alla critica, all’editoriale, allo sdegno. Certo sono i grandi della nostra storia umana che ci hanno insegnato a verbalizzare ciò che non ha verbo, a dire persino il silenzio (fate risuonare il “nothing sir” di Cordelia nel Lear di Shakespeare) dialettizare persino l’urlo (guardate il quadro di Munch). C’è Tahar Ben Jellou che ha scritto un piccolo grande capolavoro: “Il razzismo spiegato a mia figlia”, perché davanti a cose insostenibili, clamorosamente ottuse, false, offensive, mistificatorie, brutte, fuori quadro, contro qualsiasi sensibilità appensa sensibile, è difficilissimo dire “A” dire il contrario, dire la verità. Forse qualcuno di veramente umano un giorno avrà l’arte di spiegare ai lestofanti di oggi e di ieri, alle puttane di regime e dell’informazione, che Totti non si può vendere se stesso. E’ l’opera più difficile spiegare la verità quando il sole è la verità. Ci sono le religioni apposta.. Hanno detto che spunta il nome di Totti nella vicenda scommesse, l’hanno detto in tv, l’hanno fotografato sui siti, l’hanno messo in prima pagina che Totti si vendeva le partite della Roma. Diteglielo voi come non può essere vero! Dite al mare che è pieno d’acqua, cercate di capire il cielo al volo. Aiutatemi.
Totti non si può vendere Totti. Se uno studiasse filosofia arriverebbe a una zona limite di quasi tutto che è il paradosso (un cortocircuito logico camuffato da mistero) la contraddizione che è la sorgente più inesauribile di pensiero, di vita, di scienza, di arte. Ma se uno studiasse appena il buon senso che il paradosso, la boutade, il gioco di parole, la contraddizione sono una cosa, le stronzate un’altra. Uno scarabocchio non è un Kandisky. Chi dice “non sono d’accordo con le mie idee” dice una cretinata non dà nessuno spunto, non disvela nessuna verità. Totti non si può vendere Totti. Totti non si può vendere le partite della Roma. Totti non si può vendere. Non si può proprio dire. Non si può. No. Totti è la Roma. E la Roma da quando è ragazzino che diventava rosso perché non credeva che un giorno lui potesse far parte di quel sogno palleggiato sul balcone di casa sua sopra al garage di un amico che lo portava per la prima volta allo stadio.
Ci dormiva col pallone. Totti alla Roma ha dato una carriera e il suo nome. Gli ha dato un ginocchio quando non aveva ancora 14 anni, e pochi lo sanno, e pochi le immaginano le paure di quel ragazzino fenomeno che si ritrova all’improvviso sul lettino. Totti gli ha dato un altro ginocchio, caviglia e tibia, lividi e gonfiori sulle gambe, nell’anima e nel cuore. Totti gli ha dato persino i soldi: tra quello che ha guadagnato qui alla Roma e quello che alla Roma ha fatto guadagnare in 18 anni di diritti d’immagine, di marketing, merchandising e di tutte quelle parolacce capitalistiche, ci rimette. Totti è la maglietta di Totti in Africa. Totti sono i ragazzini libanesi che dicono Totti ai nostri militari (perché Totti in Libano significa amico). Totti è la parola magica che in Medio Oriente apre ancora le porte, anche quelle della prigionia di Giuliana Sgrena. E’ una favola moderna. Una favola utile. Una bella realtà. Totti è una generazione di tifosi. Ci sono essere umani che hanno 18 anni e che giustamente considerano Totti un essere pre-esistente, più antico dei dinosauri proprio perché ancora non è stato estinto.
Come le cose, gli animali, le città. Gli arcobaleni. La neve. Ci sono tifosi che non hanno mai visto niente senza Totti. Totti è il chiacchiericcio sui ballatoi di San Lorenzo e resterà sempre quel brusio. Totti è la fettina panata che ti portavi allo stadio con la frittata. Una volta era così, e Totti viene da quella volta lì. Non è mai cambiato. Non s’è mai venduto. Non se n’è mai andato. Totti a 12 anni ha detto di no alla Lazio quando ancora non aveva una squadra grande, e a 13 anni al Milan: la famiglia non era ricca, era ed è una bellissima famiglia di Roma, e rifiutare centinaia di milioni di lire quando tuo figlio è ancora un ragazzino non è da tutti, anzi è esattamente questa che fa la differenza fra tutti e Totti. E non basta comprare una vocale. Non serve comprare niente. Totti non si vende. Non s’è mai venduto. E’ rimasto sempre qua. E’ l’unico della nostra storia ad averlo fatto.
Una volta, sempre quella volta lì anche se era il 2004, il Real Madrid gli fece arrivare a casa una maglietta tutta bianca come l’assegno che l’accompagnava. Totti ha detto no. Ha detto no ai soldi e alle vittorie, ha detto no a tanti soldi e a tante vittorie, scegliendo la strada (fra le due quella più impervia del bosco…) di restare in mezzo alle malelingue, agli invidiosi, a quelli che si credono alternativi e che in fila ripetono “voo dico io ’a rovina daaa Roma è proprio Totti” e tutti i soloni e i saloni longobardi, dagli snob intellettuali ai cafoni agguerritti delle valli pronti a imbracciare il forcone contro Roma. Totti a turno ha avuto contro tutti. E tutto questo va bene, anche se no. Però stavolta – ed è forse il regalo più grande che Totti ci fa – hanno esagerato, hanno varcato il limite l’unico che non si poteva varcare. Totti per la Roma ha pianto, Totti è quella camminata di notte da una notte di coppa campioni alla curva Sud, Totti è il nostro ragazzino che è diventato grande senza perdersi. Totti sta sempre qui. Basta guardarlo. Ora speriamo che gli tolga tutto con le querele, miliardi di miliardi di euro anche perché lui li girerebbe tutti in beneficenza, senza dire una parola. Non parla tanto Totti. Sorride. Fa arte coi piedi.
Fa ridere negli spot. Rassicura noi suoi contemporanei con la sua presenza. In fondo questa brutta e penosa storia (di chi si difende dicendo “beh comunque Totti è un nome” e grazie al ca’, proprio quello è il punto) ha una grande morale, una felicissima conclusione: appena ieri è uscita questa porcheria, subito tutti immediatamente hanno capito che non poteva essere vero, perché Totti non si può vendere Totti, perché Totti non si può vendere la Roma, perché di mezzo c’è qualcosa di infinitamente più grande che raramente si riesce a dire con immagini e parole. Insomma che c’è un limite all’infamia, alla calunnia e alla meschinità. Quel limite è l’amore.

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