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Questo è il mio sito personale

(ciò significa, in poche parole, che oltre agli articoli e ai libri e a tutto il resto, potresti trovarci anche cose che non c'entrano nulla. E che in fin dei conti sono il meglio)

Ipotesi di libertà (stiamo lavorando per questo)

Insomma la cosa dovrebbe portare alla libertà e prende le mosse, ovviamente, dal concetto di schiavitù.

Lavoriamo mediamente cinque giorni la settimana su sette (quando non di più), per cinquanta settimane l’anno su cinquantadue: è evidente che la cosa sia squilibrata (ancora di più se fate un calcolo preciso in base agli anni di vita che possiamo aspettarci e a quanti di questi passiamo a lavorare rispetto al vivere - fatelo voi, sto calcolo, ne vale la pena per prendere coscienza dell’aberrazione della cosa, che per me è troppo lavoro farlo - per non parlare del fatto che in realtà non possiamo aspettarci un cazzo, oppure tutto, ed è lo stesso e dovrebbe già cambiare la prospettiva di ognuno di noi).

Comunque.

È evidente anche che la cosa sia ingiusta: a meno che non si considerino corrette le minchiate relative al peccato originale o a tutte le stronzate che cercano di inculcarci in testa dalla rivoluzione industriale (che ci sta facendo letteralmente scoppiare le esistenze) ai giorni nostri.

Per non parlare delle stronzate mostruose secondo le quali, in ordine sparso, ogni tanto si sente dire che “siamo nati per lavorare” e che “il lavoro nobilita l’uomo”. Nell’ordine: per quanto attiene il primo caso, se non bastasse l’adagio romano “mica l’ho inchiodato io alla croce Cristo”, basta considerare che essere stati messi al mondo per lavorare e basta sarebbe una vera e propria bestemmia (vogliamo dire almeno fifty-fifty tra lavorare e godere della vita?); per quanto attiene al secondo caso, poi, è vero esattamente il contrario: il lavoro non nobilita affatto l’uomo, tanto che i nobili, infatti, erano tali proprio perché non lavoravamo (a lavorare erano gli altri, gli schiavi, appunto…).

Ergo, sgombrato il campo da queste stronzate, e fatto un po’ di lavoro culturale per eliminare il concetto di differenza tra “colui che è” rispetto al concetto di “colui che ha”, si può ovviamente partire dall’assunto che lavorare una vita per possedere oggetti è la cosa più squallida, inutile e ingiusta che si possa attuare nella sola vita che abbiamo. Non è una prova generale né una partita di un campionato lungo. La vita è una finale secca di Coppa dei Campioni. Senza supplementari. Senza partita di ritorno.
Decidere come giocarsi la partita, è in realtà il tutto che possiamo fare sperando che l’arbitro, o il Moggi di turno, non c’inculi.

Per non farsi sodomizzare, però, c’è bisogno di una tattica un po’ più delicata del camminare rasente i muri. C’è bisogno, soprattutto, di non farsi somministrare a forza degli anestetici mentre appunto ce lo infilano nel culo.

E qui, in questo, arriviamo a bomba su quanto faremo. (Per capire il processo nei minimi dettagli, che ha portato alla decisione che spiegherò in seguito, naturalmente ci vuole qualche anno di studi giusti, un ambiente fecondo intorno, e una discreta dose di coraggio: magari ne parleremo più in là).

Per ora questo: oggi lascio un contratto giornalistico - articolo 1, per intenderci, per chi conosce la cosa ed è ancora alla disperata ricerca di un posto fisso del genere inchiodato al desk di qualche redazione - con tutti i cazzi e gli stramazzi, undici anni di servizio a oggi, con tutti gli scatti, la Casagit, le ferie pagate e i superminimi eccetera eccetera eccetera, per ritrovare la libertà.

Insomma, tolgo lavoro e aggiungo vita. Ed è tutto. 

(passo passo vi spiego come eh, stay tuned)

UPDATE: mi fanno notare che devo una precisazione. Io sto dando le dimissioni, non si tratta di un licenziamento o scivoli o cose del genere. Si tratta di qualcosa che ho espresso all’editore così: “non ho più stimoli a fare questo lavoro. voglio cambiare la mia vita”. Ecco.

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