Ciao

Questo è il mio sito personale

(ciò significa, in poche parole, che oltre agli articoli e ai libri e a tutto il resto, potresti trovarci anche cose che non c'entrano nulla. E che in fin dei conti sono il meglio)

È tutta una questione di Round Trip, amica mia.

E non solo perché talvolta si motiva il tutto - pare - con vita tra stazioni e aeroporti. È semplicemente che volente o no, cosciente o meno, sei figlia della società che abbiamo intorno.
Ora, beninteso, può essere che sia deformazione professionale, può essere che sia per inclinazione caratteriale, oppure perché volente o no sono figlio anche dei miei studi, comunque, a me sempre alla società che ci circonda mi viene di tornare. Il che implica vedere i comportamenti personali (anche) come paradigma della società che abbiamo intorno. (…)

Torniamo al trip. No, non a quello allucinogeno, anche se ce ne sarebbe da dire a iosa, sulla distrazione, il 68 e tutto il resto eccetera eccetera eccetera.
Io parlo del trip vero e proprio. Che per la nostra generazione - figliata da una generazione (un po’) di merda - deve essere sempre round. Sempre con il biglietto di ritorno. Sai perché, perché sola andata è inaccettabile. Perché sola andata è per sempre. Invece noi oggi vogliamo essere tutto, e tutto nella stessa vita. E dunque non ci possiamo fermare. Padri e figli, asceti e libertini, saggi adolescenti. Vogliamo tutto e subito, nel senso che siccome abbiamo perso la percezione che ci possa essere altro oltre a noi, altro sopra di noi - in senso spirituale intendo, sia chiaro - altro rispetto alla nostra vita materiale, non riusciamo a concepire null’altro che trascenda noi.
Traduco: se tanto non c’è nulla oltre noi, oltre quello che siamo e possiamo fare, che senso ha fare scelte irrevocabili? Tanto vale fare il massimo possibile di cose di cose di cose senza che nessuna di queste ci impegni più di un week end. Poi si torna a casa e si ricomincia da un’altra parte.

Possiamo anche partire per esperienze spirituali, magari ce ne andiamo in un monastero, ma mai più di tre giorni. Possiamo pure giocare a casetta con i nostri compagni e compagne, ma mai per più di qualche anno. Possiamo pure sposarci, ma guai a sapere intimamente che la cosa sia irrevocabile. Possiamo anche concepire un figlio, ma tanto lo sappiamo che volendo si torna indietro con qualche definizione scientifica auto-assolutoria che in ogni caso non ci assolve manco per un cazzo visto che poi stiamo male da morire, o no?

Possiamo anche affidarci a un guru operator del nostro tempo (e ce ne sono tanti), ma in mano, e torniamo a bomba, vogliamo sempre avere il biglietto di ritorno.
Noi noi noi e solo noi. E mai scegliere per sempre, perché per sempre significa a vita, e dire a vita significa a morte. Al limite nostro. Che infatti non vogliamo neanche ipotizzare. Anche oggi, quando muore qualcuno si dice è scomparso, quasi che vivere fosse solo apparire. Boiate.

Fare un figlio è una, forse l’unica, scelta davvero per la vita. La maggior parte di noi oggi genera un figlio per incoscienza oppure sempre per egoismo (e questa è deduzione mia). Un’altra parte non concepisce affatto, invece, per terrore di quanto detto sopra: ma ti pare che io, neanche sono arrivato a metà della mia vita e già devo fare una scelta a vita?

Ma la natura ci incula per fortuna: lo sentiamo che dobbiamo. Che dobbiamo proprio. Che lo dobbiamo proprio a noi stessi perché questo è ciò che siamo intimamente.

È questo il punto. Abbiamo perso tanti concetti per strada, quelli che una volta regolavano la società, come dignità, continuità (oltre noi…), impegno, spiritualità (oltre il materialismo), e per cosa? Per il tutto e subito. Cosa abbiamo in cambio? Esattamente la perdita di senso che, in vari modi, ogni tanto, in qualche bagliore di sincerità, ci troviamo a domandarci e confessarci sentendo una voragine nello stomaco.

Abbiamo perso la capacità di sacrificio, ma quello vero. Ovvero di fare il sacro. Di fare qualcosa che vada oltre noi. Che per una donna, suprema detentrice della capacità creativa per eccellenza, è quella appunto di creare un figlio. Che costa sacrificio, e per sempre. Che ci permette, appunto, di trascendere oltre noi e di fare il sacro. Tutto il resto, in confronto, non ti appare come il nulla, amica mia?

Quanto di questa concezione moderna di materialismo, egoismo, mancanza di senso, incapacità di fare un viaggio per sempre, deriva da noi stessi e quanto invece ci è indotta dalla società che abbiamo intorno? Quanto dobbiamo impegnarci, nella società, per la società, per noi stessi!, al fine di non perdere ciò che davvero conta per uniformarci a quello che conta per pochi altri? Quei pochi altri che ci usano e plasmano (anche se non ce ne rendiamo conto, bravi che sono…) al fine di essere viaggiatori seriali sempre con andata e ritorno e tappe forzate nei duty free di una vita imprigionata da un (loro) aeroporto all’altro per sempre senza mettere radici, senza dare senso, senza creare per noi una cosa che vada oltre noi?

Quanto valgono, allora, le battaglie culturali, amica mia?

Ecco.

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