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Manifestazione dei pensionati: solidarietà

 Uno degli aspetti paradossali - tra i tanti - che emergono guardando le immagini della manifestazione dei pensionati dei giorni scorsi, è il sentimento di invidia.
Per tanta parte degli italiani, per tutta la parte relativa a quelli entrati nel mondo del lavoro negli ultimi anni, anche per la parte relativa a chi ha la fortuna di pagare contributi da alcuni anni, e soprattutto per l’immensa parte relativa a chi non ha un posto di lavoro fisso, vedere dei pensionati che marciano può solo suscitare invidia nei loro confronti. E rabbia per la società attuale. 

Il paradosso cui ci riferiamo naturalmente deriva dal fatto che la sacrosanta manifestazione per gridare al fatto che mille euro di pensione non bastano a vivere, e chiedere dunque un aumento di tali entità, è ovviamente comprensibile, ma è al tempo stesso una cosa che suscita invidia da parte di chi pensioni non le vedrà mai.

Se da un lato troviamo in piazza persone che dopo una vita di versamenti si trovano in tasca una pensione da fame, dall’altro lato è impossibile non pensare, se si ha un minimo di lucidità mentale, non ci si fa ubriacare dalle dichiarazioni dell’antipolitica attuale, dei suoi opinionisti vassalli disonesti, che tutti i contributi versati da chi è entrato nel mondo del lavoro negli ultimi anni non saranno mai più resi indietro. Da qui l’invidia per chi una pensione la ha e ha fatto in tempo ad arrivarci. E la rabbia per un sistema economico  che di fatto lo sta mettendo nel sedere a tutti gli italiani.

Naturalmente tale aspetto ne porta altri con sé. Suggerisce la presa di coscienza della vera operazione relativa al Tfr, ovvero negare un diritto dei lavoratori per sostituirlo parzialmente a un altro che è anch’esso ampiamente e definitivamente mutilato. L’esigenza di trasformare un diritto come il Tfr in una pensione integrativa deriva dal fatto che la pensione tradizionale non sarà possibile erogarla. Non da altri motivi. E questa è una cosa che deve essere avversata con sdegno e forza.

Altro aspetto è la possibilità di riuscire mai a vederla una pensione. Lo spostamento continuo dell’innalzamento dell’età pensionabile è già oggi una cosa che chi è in procinto di andare in pensione, o è a metà strada del suo percorso lavorativo, vede giustamente come un ulteriore scippo agli anni della propria vita. Ciò che non è messo a fuoco come dovrebbe essere dalle nuove generazioni di lavoratori, però, è il fatto che lo spostamento di questo limite è tendenziale: ciò significa che nel corso degli anni è destinato ad aumentare ulteriormente. L’obiettivo voluto è di accorciare i tempi in cui lo stato dovrà erogare le pensioni e allungare quelli in cui i lavoratori dovranno invece pagare i contributi per una cosa che non avranno mai. Non stupisce neanche il pensiero della speranza da parte degli economisti - naturalmente non comunicata ufficialmente ma di facile comprensione - di cercare addirittura di eliminare la possibilità che un lavoratore riesca ad arrivare vivo al momento in cui potrà percepire la pensione. Il fatto di far morire il lavoratore alla propria scrivania prima di dovergli corrispondere la pensione è un pensiero tutt’altro che difficile da immaginare.

Ed è disonesto anche appellarsi al prolungamento delle aspettative di vita, considerato che tale prolungamento si riferisce non agli ultimi decenni - dove anzi si è vista l’avanzata di tante malattie nella società attuale (in primo luogo i tumori e le malattie cardiocircolatorie) che spostano i dati nel verso opposto. Quanti fra leggono hanno o hanno avuto nonni e bisnonni (dunque appartenenti alle generazioni precedenti) che già arrivavano ben oltre gli ottanta anni?

Se a questo si aggiunge la frattura di un patto generazionale
che a questo punto si consuma sulla vera e propria sopravvivenza - da una parte la generazione dei pensionati e pensionandi che premono per avere il comprensibile necessario alla propria sopravvivenza, e dall’altro lato i neo lavoratori e chi è ancora in cerca di un lavoro vero e si accorge del fatto che la propria di pensione non arriverà mai - si può prospettare una situazione paradigmatica di altre già avvenute nel passato. Se una volta erano forze politiche di segno opposto a fronteggiarsi ciecamente senza avvertire la necessità di unire le proprie (e molto spesso simili) esigenze per spingere insieme contro chi tali esigenze creava, oggi è lo scontro generazionale a rischiare di frammentare quella che dovrebbe invece essere una battaglia comune nei confronti di chi continua a fare politica nel verso del liberismo sfrenato, di riforme per tamponare i danni che il liberismo stesso ha creato, nello smantellare la previdenza e nel trascinare - invece di modificare - la nostra società verso la copia esatta di quella statunitense liberista. Società, quest’ultima, che malgrado i tentativi di depistaggio mediatico, è già ampiamente sprofondata nello sfacelo economico e sociale (oltre che culturale) che tutti gli uomini liberi e lucidi conoscono.

Dal che ne deriva (almeno) che:

- Bisogna evitare di cadere nello scontro generazionale fra parti che hanno invece in comune lo stesso obiettivo e che dovrebbero manifestare affiancate per ottenerlo.

- Solidarizzare con chi manifesta per le pensioni.

- Avversare qualsiasi esponente o forza politica, autonoma o di coalizione, che prosegue sulla strada liberista e di smantellamento della previdenza che abbiamo indicato.

Valerio Lo Monaco

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