Ciao

Questo è il mio sito personale

(ciò significa, in poche parole, che oltre agli articoli e ai libri e a tutto il resto, potresti trovarci anche cose che non c'entrano nulla. E che in fin dei conti sono il meglio)

Sul sistema proporzionale

Tempo fa pubblicai questo articolo sul trimestrale La Destra, diretto da Fabio Torriero. Visto come vanno le cose nella politica italiana, credo che una rinfrescatina a qualcuno potrebbe tornare utile.

Nessun sistema elettorale potrà mai esistere al posto della politica. Nessun guscio vuoto potrà mai sostituire il contenuto che dovrebbe esserci.
Se per preparare una pietanza s’impone la coesistenza di alcuni ingredienti in conflitto, il piatto forse alla fine risulterà pieno, ma il cibo sarà rigettabile.
Necessario, a nostro avviso, chiarire questo prima di addentrarci nella disamina di uno fra i dibattiti più interessanti scaturiti dalle recenti votazioni europee. È necessario per non perdere di vista l’angolazione giusta con la quale registrare e commentare quanto sta accadendo. Sintomatico, in questo senso, che alcune forze politiche, anziché cercare all’interno dei loro progetti culturali per trovare delle nuove spinte e delle idee su come governare, vadano invece a cercare i surrogati giusti per poter innanzitutto andare al governo con le credenziali necessarie, e quindi, semmai, esprimersi.
È un po’ come lo shopping isterico delle signore depresse. Si cura la malattia dall’esterno, senza fare una vera a propria analisi interiore.
Capito questo possiamo addentrarci invece nel dibattito che ha motivi di interesse e poterebbe avere delle ripercussioni tutt’altro che superflue per le sorti del nostro Paese.
Sembra che la preoccupazione maggiore di alcuni gruppi politici dello scenario italiano, in virtù della doppia sconfitta Berlusconi-Prodi alle elezioni, sia quella di variare il sistema elettorale anziché porre rimedio ai motivi intimi di tale debacle.
Manca, quindi, la capacità di trovare una linea tanto condivisa e accettabile con la quale presentarsi agli elettori e ci si rifugia nel tentativo di mascherare tale mancanza attraverso dei tecnicismi in grado di tenere in piedi un palazzo senza fondamenta. Questo da un lato.
Dall’altro lato, invece, ciò è sintomo di un tentativo funesto, affatto sotterraneo, di riproporre alcuni schemi della Prima Repubblica. E non potrebbe essere altrimenti: se gli attori della Seconda Repubblica provengono in buona parte dal cast della Prima è inevitabile che le parti in grado di essere recitate siano sostanzialmente le stesse della stagione teatrale precedente. Con alcune battute modificate, naturalmente, ma con il pericolo sempre imminente di ricadere nella macchiettistica da cabaret delle proprie origini.
Ma andiamo con ordine.
L’attuale sistema elettorale Maggioritario, in vigore dal 1993 e raggiunto in virtù di un referendum proposto da Segni, è ora messo nuovamente in discussione in conseguenza dei risultati ottenuti dai governi – tutti, chi più chi meno – che si sono succeduti in Italia, da allora a oggi. Governi che hanno raggiunto alcuni obiettivi (pochi) e fatto scaturire altre problematiche (tante), fino alla loro sostanziale bocciatura delle recenti elezioni europee accompagnata dall’ascesa dei partiti “minori”.
Ora sono infatti aumentati i partiti e i partitini, e di conseguenza la loro influenza su maggioranze incerte. Ma questo frazionismo non va considerato come un risultato conseguente al sistema maggioritario, quanto piuttosto a una necessità venuta fuori dalla realtà italiana.
Le recenti elezioni europee hanno di fatto evidenziato proprio l’ascesa di quasi tutte le formazioni cosiddette minori. Se da una parte ci sono stati alcuni partiti che hanno tenuto (pensiamo al risultato positivo di An), malgrado la contingenza nazionale e internazionale negativa e sfavorevole a qualunque maggioranza di qualunque Paese, dall’altro lato c’è stata una vera e propria migrazione di voti dai partiti a minore chiarezza politica verso quelli più facilmente identificabili con posizioni nette.
Per capire questo fenomeno c’è però bisogno di rispolverare un po’ di storia recente.
Al sistema Maggioritario si era giunti in un momento molto traumatico della vita politica italiana. In quel momento, infatti, ancora non avevano preso corpo le forze politiche che avrebbero poi sostituito i partiti della Prima Repubblica. Quando verso la fine degli anni Ottanta Segni propose il maggioritario, la cosa aveva un certo senso poiché il sistema politico italiano era quasi completamente bloccato, dato che il principale partito di opposizione, vale a dire il Pci poi Pds, era stato di fatto associato al potere. Si cercò, insomma, di promuovere qualche variante.
Nel 1993, quando ci fu il referendum di Segni però, in virtù di Mani Pulite le cose erano molto cambiate dal momento dell’idea originaria, e la Prima Repubblica stava già crollando da sola.
Tuttavia venne approvato il Maggioritario che, per grandi linee, sacrifica il principio della rappresentanza a favore della stabilità e compattezza dei governi.
Ma l’Italia, e per fortuna, non è la Gran Bretagna (dove peraltro il sistema maggioritario, condannato dal bipolarismo, obbliga al “silenzio” almeno un trenta per cento delle preferenze del partito liberale) e, storicamente, offre una quantità più ampia di sfumature politiche.
Di fatto, dunque, questo sistema ha costretto a una unificazione innaturale di forze anche molto distanti (pensiamo ai casi, rispettivamente, della Lega e di Rifondazione Comunista) in coalizioni più grandi. In virtù di ciò, nel corso degli ultimi anni si sono avuti governi in qualche caso in grado di durare anche una legislatura (al centro-sinistra non è successo neanche questo) ma che, di fatto, all’atto pratico non sono stati in grado di governare veramente incidendo più di tanto, e come sarebbe servito, sulle scelte politiche.
La governabilità non c’è stata e il maggioritario che abbiamo avuto sin’ora ha avuto degli effetti …proporzionali. O, in altre parole, l’Italia di fatto non è stata governata.
Con il Maggioritario in vigore dal 1993, dunque, non si è verificato l’elemento fondante di un bipolarismo maturo, ossia l’omogeneità delle coalizioni.  Tanto meno in merito alla “forza” delle coalizioni: l’unione, insomma, non ha fatto la forza, e la dimostrazione più lampante è stata quella offerta dal listone Uniti nell’Ulivo delle recenti elezioni dove la somma dei consensi è stata inferiore al totale dei voti che riuscivano, i tre partiti, a raccogliere quando erano forze divise.
L’alternanza tanto invocata si è diretta su coalizioni, di fatto, non in grado di governare. Ulteriore esempio la vittoria del ’96 di Prodi con il sistema uninominale: in grado di vincere ma non di governare.
La scarsa incidenza di questo sistema, oltre che al momento anti-storico in cui è nato, almeno nel nostro Paese, è stata inoltre segnalata da un fatto curioso: né Segni e tanto meno Pannella, strenui sostenitori del maggioritario all’americana, hanno mai accettato condizioni di una o l’altra parte politica.
Peraltro, e siamo ai giorni nostri, c’è stato l’arrivo al momento della fine dei personalismi e dei capi carismatici (e della monarchia berlusconiana), a favore, finalmente, della costruzione di vere e proprie aree politiche più omogenee e identificate di quelle attuali. E dove le coalizioni si devono necessariamente formare prima del voto e non solo per vincere, ma per governare davvero.
A questo punto, il sistema elettorale più gettonato, almeno riportato in auge con commenti favorevoli da parte di quasi tutte le forze politiche, è quello attualmente in vigore per le elezioni Regionali, vale a dire il Tatarellum.
Di tipo proporzionale, funziona con delle forze politiche che si presentano alle elezioni con una lista propria, ma con l’obbligo di coalizzarsi e di indicare il nome del candidato alla presidenza, e nel quale esiste un premio di maggioranza per la coalizione che vince. Il Tatarellum, in questo senso, garantisce bipolarismo e rappresentanza plurale poiché l’elettore non sceglie tra due candidati di coalizioni contrapposte, ma  tra due candidati contrapposti alla presidenza. Per i consiglieri, inoltre, può scegliere tra i nomi proposti dalla lista del  partito che preferisce.
Dunque: elezione diretta dei presidenti di Regione indicati in scheda e a turno unico, sbarramento al 3% e “norma antiribaltone”: se manca la maggioranza, si deve rivotare.
L’80% dei seggi è assegnato con sistema proporzionale, il restante 20% va alla lista con il maggior numero di voti come premio di maggioranza al presidente eletto.
Questo sistema, ideato dal senatore di An Pinuccio Tatarella e adottato per le elezioni regionali del 2000, nacque per superare il proporzionalismo parlamentarista, e offre una serie di caratteristiche molto interessanti, soprattutto in questo momento storico e politico. L’indicazione sulla scheda del presidente, per esempio, è un vantaggio. Oltre al premio di maggioranza che garantisce (teoricamente) alla coalizione vincente, anche una buona prospettiva di governabilità. Ciò che è mancato con il Maggioritario attuale.
Si ha motivo di credere, insomma, che oggi si tenda, specularmente a quanto avvenuto sino a ora, a trovare una soluzione Proporzionale (modificata) che abbia, però, degli effetti da Maggioritario.
Il Proporzionale puro, infatti, acclamato guarda caso da Follini che ha aperto il dibattito poi prontamente virato sul Tatarellum dalle altre forze politiche, in questo momento equivarrebbe a un ritorno dei partiti che svolgono attività al di là delle vere richieste dei cittadini. Con l’uninominalismo previsto dall’attuale Mattarellum, nondimeno, si verifica che spesso un partito prevede e impone in un collegio uno sconosciuto per la realtà locale.
Il Tatarellum appare dunque la prospettiva correttiva meno dolorosa, soprattutto se aggiornata in termini di sbarramento, indicazione del presidente e premio di maggioranza.
Tra le forze politiche, chi spinge soprattutto nei confronti di un sistema Proporzionale ci sono due grandi gruppi: i neo-centristi, o quelli che sul mensile La Destra chiamiamo “transdemocratici”, e i piccoli partiti usciti, chi più chi meno, comunque vincitori delle ultime elezioni europee.
L’Udc di Follini – attenzione - propone un sistema simile a quello tedesco, indicandone i pregi e i risultati ottenuti.  È vero che in Germania questo sistema ha tenuto per diversi anni nel contenimento di proliferazione dei piccoli partiti, ma non si deve dimenticare un dettaglio fondamentale: proprio per ovviare a ciò e per avvalorare ulteriormente tale riforma, nel 1952 la Corte costituzionale tedesca mise fuorilegge il partito neonazista. Poi, solo quattro anni dopo, anche quello comunista. Quale il risultato? Taglio delle parti più estreme e campo aperto solo ai cristiano democratici e ai socialdemocratici.
Se si attuasse tale sistema in Italia sarebbe un dramma, perché si formerebbe una situazione con una o più forze coalizzate che, come un ago della bilancia, andrebbero a formare un centro gravitazionale in grado di tenere sotto schiaffo qualunque esecutivo.
Follini dichiara che vuole tentare di liberare (senza archiviare) il bipolarismo da due ingombri: eccesso di leadership e peso esorbitante delle forze più laterali.
A favore chi c’è? Proprio i reduci della Prima Repubblica e, generalizzando, una bella fetta di Margherita, tutto l’Udc, l’Udeur di Martinazzoli e Mastella e un pezzo difficilmente quantificabile di Forza Italia oltre ai democristiani riparati all’ombra dell’Ulivo…
Se Berlusconi accettasse in pieno le richieste dell’Udc, (con il suo 5%,) si tornerebbe al Proporzionale puro, e le prossime consultazioni non servirebbero a scegliere una coalizione e un premier, ma a indicare un partito di maggioranza relativa per poi  assegnargli il compito di formare il governo con alleanze post-elettorali e non pre-elettorali. Tornerebbe il Centro con tutte le collusioni tipiche degli anni che furono.
Il pericolo, insomma, è che mettendo una pietra sopra la ormai fallita Seconda Repubblica si cada nel nostalgismo e, anziché arrivare finalmente a una matura e nuova Terza Repubblica si torni maldestramente alla Prima.
Se è vero da un lato che la Seconda Repubblica, di fatto, non ha funzionato, cioè non è stata in grado, malgrado il bipolarismo e l’alternanza, di varare delle riforme serie e davvero incidenti, ciò non significa che si debba ritornare alla Prima che proprio la necessità di varare tali riforme ha causato.
In favore del Tatarellum, cioè di un compromesso funzionale, si sono quindi espressi, seppure con alcuni distinguo, i vari Formigoni, Mastella (che però ipotizza uno sbarramento regione per regione e non nazionale), Craxi, Rotondi, De Michelis, Tremonti …e anche Diliberto e Bertinotti.
A nostro avviso è compito primario della Destra post-sociale, invece, impostare il new-deal del ventunesimo secolo. Tracciare la linea per una nuova, grande e condivisa area culturale e quindi politica cui richiamare tutte le forze disponibili a formare uno dei due poli necessari al governo del nostro Paese.
Il problema sembra essere, come accennato all’inizio, quello del contenuto. E alla Destra, d certo, non mancano i mezzi per trovarlo e renderlo riconoscibile e condivisibile rapidamente.
Infine un’ipotesi, che a questo punto non siamo sicuri possa essere la cosa migliore: se nei prossimi due anni di legislatura il governo attuale tenesse, e magari riuscisse a ridurre le tasse e a portare a termine il programma (speriamo con un accento più sociale spinto da An), questo argomento scatenato dai risultati elettorali delle europee probabilmente non avrebbe più senso.
Tuttavia per ora, è evidente, l’esigenza di uscire da questo immobilismo governativo, sembra davvero indispensabile.

Valerio Lo Monaco

(Pubblicato su La Destra Trimestrale, numero 7/2004)

Iscriviti alla mia mailing list personale. (Cioè: no spam, no Ads. Insomma un contatto diretto vero)

* indicates required

Commando Ultrà Curva Ratzinger

Le tette di Berlusconi